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Piccole imprese e AI: l'uso cresce, il valore ancora no

Piccole imprese e AI: l’uso cresce, il valore ancora no

Nelle ultime due settimane è circolata una notizia che interessa chi guarda alle piccole imprese con un occhio all’economia reale. Lo Sme-DigIX, l’indice di competitività digitale elaborato da Webidoo Insight Lab e ripreso da Il Fatto Nisseno, colloca l’Italia a 42,11 punti, contro i 38,91 della rilevazione precedente. Il progresso c’è, e non è marginale. Il comunicato, però, precisa che il Paese resta sotto la media europea e sposta l’attenzione su un’altra questione: non tanto quante imprese usino strumenti di automazione avanzata, quanto che cosa ne ricavino.

Vale la pena guardare i numeri con calma, perché dicono più di quanto sembri a una prima lettura.

Un punteggio che sale, un divario che resta

Il passaggio da 38,91 a 42,11 equivale a 3,2 punti, circa l’8% in più rispetto al valore di partenza. Per un indice composito, che mette insieme infrastrutture, competenze e uso effettivo delle tecnologie, è un miglioramento visibile. La stessa fonte segnala che il quadro italiano segue la traiettoria europea: il nostro Paese non perde terreno, ma nemmeno lo recupera in modo netto.

Il dato sull’adozione è il più chiaro. Nel 2025 usa l’intelligenza artificiale il 15,7% delle PMI italiane, mentre la media dell’Unione europea è al 18,9%. La distanza è di 3,2 punti percentuali, e anche questo numero va letto in proporzione: la media europea è circa un quinto più alta della nostra. Non è un abisso, ma in un tessuto produttivo fatto in larga parte di aziende con pochi addetti basta poco perché una differenza di questo tipo si trasformi in un vantaggio di costi o di tempi per i concorrenti.

C’è poi un elemento che smentisce la lettura più pessimista. Nella classifica europea per infrastrutture tecnologiche l’Italia è al sesto posto. I cavi, le reti e i servizi di base non sono quindi il punto debole. Se un’impresa non usa questi strumenti, raramente è perché la connessione non arriva.

Chi non ha ancora cominciato

La risposta sta nell’indagine Sme-Aimix 2026, citata sempre da Il Fatto Nisseno. Tra le aziende che non hanno adottato l’AI, il 58,6% indica la mancanza di competenze interne come primo ostacolo. Seguono l’incertezza normativa e la gestione dei dati. In altre parole, più della metà di chi sta fermo non dice «costa troppo» o «non serve», ma «non abbiamo chi sappia farlo».

Il problema ha una sua logica. Una PMI di dieci o venti persone raramente ha un responsabile dei sistemi informativi, figuriamoci un esperto di dati. Di solito c’è un consulente esterno, o un dipendente che se la cava meglio degli altri con il computer. Introdurre un nuovo strumento significa decidere quali processi toccare, quali informazioni fornire, come verificare i risultati. Sono scelte organizzative prima che tecniche, e senza qualcuno in grado di compierle l’acquisto di un software finisce spesso in un cassetto.

Le altre due voci della lista sono collegate alla prima. L’incertezza normativa pesa di più quando manca chi sa leggere un regolamento e tradurlo in procedure. La gestione dei dati, a sua volta, richiede ordine nei file, nei gestionali, nelle autorizzazioni: lavoro poco appariscente che molte piccole imprese non hanno mai avuto motivo di fare.

Formazione, infrastrutture di prossimità, iniziative locali

Se le competenze sono il collo di bottiglia, la leva più diretta è la formazione, e qui entra il capitolo degli incentivi. Un approfondimento di Q-81 HSE ricorda che la formazione 4.0 è agevolabile fino al 10% degli investimenti, con un tetto di 300.000 euro. Il testo non è recentissimo, quindi le condizioni vanno verificate prima di costruirci sopra un piano: le regole sui crediti d’imposta sono cambiate più volte negli ultimi anni. Resta il fatto che il sostegno pubblico alla spesa per le persone, e non solo per le macchine, esiste ed è coerente con l’impostazione dei fondi legati al PNRR per le imprese.

Webidoo, dal canto suo, porta l’attenzione su un altro aspetto, riportato da Lamilano. Secondo l’azienda servirebbero data center di prossimità, più vicini ai luoghi di produzione, per ridurre la latenza, cioè il ritardo tra la richiesta di un dato e la risposta. È l’idea dell’edge computing: elaborare le informazioni vicino a dove nascono, per esempio in un reparto produttivo, invece di mandarle a un server lontano. Per una piccola manifattura che vuole controllare un impianto in tempo reale, la differenza può contare. Va detto che si tratta della posizione di un operatore del settore, non di un dato misurato sul campo.

Più concreta, perché già avviata, è l’iniziativa di Genova. Il Comune e Meta hanno lanciato un percorso formativo su comunicazione digitale e AI rivolto alle piccole attività, come ha comunicato il Comune stesso pochi giorni fa. Non è un programma pensato per le fabbriche, ma per negozi, studi, botteghe: il livello in cui il tema delle competenze si presenta nella forma più elementare. Saper scrivere una descrizione di prodotto, rispondere ai clienti online, preparare un preventivo in meno tempo sono risultati modesti, ma misurabili.

Gli elementi su cui ragionare, riassunti dai documenti citati, sono questi:

  • l’infrastruttura di base in Italia è in una posizione già buona, il sesto posto europeo;
  • il divario di adozione con la media UE è di 3,2 punti percentuali;
  • la formazione è il fattore che più spesso blocca chi non ha iniziato;
  • le iniziative locali possono arrivare dove i grandi programmi nazionali faticano.

Pensiamo a un’officina di carpenteria con dodici dipendenti. Il titolare non ha bisogno di una piattaforma sofisticata: gli basterebbe che una persona in azienda sapesse usare uno strumento per stendere i preventivi in un’ora invece che in una giornata. Quella persona oggi, di solito, non c’è. Ed è esattamente il dato che emerge dal 58,6%.