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Lavoro: a settembre previste 538mila assunzioni

A settembre sono 538mila i lavoratori ricercati dalle imprese, 7mila unità in più rispetto a settembre 2023 (+1,3%).
Per il trimestre settembre-novembre le assunzioni previste con contratto a tempo determinato superiore a un mese, o a tempo indeterminato, restano stabili rispetto all’analogo periodo del 2023 (+0,1%), superando di poco 1,4 milioni.
I dati emergono dalle previsioni occupazionali del Bollettino del Sistema informativo Excelsior, realizzato da Unioncamere e Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali.

A trainare la crescita prevista per il mese in corso è il settore dei servizi, con 386mila contratti programmati (+3,9%), e oltre 1 milione nel trimestre.
L’apporto determinante alla crescita occupazionale proviene dal turismo e dal commercio, mentre la domanda dell’industria frena sia a settembre (152mila entrate, -4,6%) sia nel trimestre (418mila, -5,7%).

Maggiori richieste da Turismo e Alimentare

Le imprese del manifatturiero sono alla ricerca di circa 98mila lavoratori (-1,0%), e quelle delle costruzioni oltre 54mila (-10,5%). Tra i principali settori che programmano assunzioni, la meccatronica prevede circa 24mila contratti nel mese e 64mila nel trimestre (-6,8%, -7,8), la metallurgia 18mila nel mese e 48mila nel trimestre (-10,2%, -12,9%) e l’alimentare 17mila e 49mila (+23,7%, +23,5%). 

Nel terziario offrirono maggiori opportunità lavorative i servizi alle persone, che ricercano 101mila lavoratori nel mese (-9,0%) e circa 201mila nel trimestre (-15,7%).
Seguono il turismo (84mila, +21,4% – 238mila, (+22,9%) e commercio (75mila, +25,4% – 230mila, +24,1%).

Mismatch elevato per operai specializzati e dirigenti

Sotto l’aspetto dimensionale, positive le aspettative delle imprese di media/grande dimensione, con +9mila entrate nel mese +15mila nel trimestre, mentre risultano in flessione le previsioni delle imprese fino a 9 dipendenti (-1,8mila, -13mila).

Il tempo determinato si conferma la forma contrattuale maggiormente proposta (pari al 56,9% del totale), ma le imprese dichiarano difficoltà di reperimento per oltre 254mila assunzioni (47,2% del totale), soprattutto a causa della ‘mancanza di candidati’ (30,4%).
I gruppi professionali con mismatch più elevato sono operai specializzati (65,6% la quota di entrate difficili da reperire), dirigenti (61,4%), tecnici (52,9%). In particolare, gli operai specializzati addetti alle rifiniture delle costruzioni (79,0%).

Opportunità per immigrati e Under 30

Le imprese sono alla ricerca di lavoratori immigrati per coprire oltre 100mila ingressi programmati a settembre (19,4% del totale), soprattutto nei servizi operativi di supporto a imprese/persone (34,3%), servizi di trasporto, logistica e magazzinaggio (32,8%), metallurgia (23,6%), alloggio/ristorazione (23,3%), alimentare (19,5%). 

Le opportunità per i giovani under 30 sfiorano invece 165mila unità (30,6% del totale), con maggiori opportunità di impiego offerte da servizi finanziari e assicurativi (48%), servizi informatici/Tlc (47,6%), servizi media/comunicazione (47,4%), commercio (41,2%) alloggio e ristorazione (41,0%).
A livello territoriale cresce la domanda nel Nord Ovest e del Centro (+6mila per entrambe), stabile la domanda di lavoro delle imprese del Sud e Isole, mentre si segnala una flessione per le imprese del Nord Est (-4mila).

Post-vacation blues: come affrontare la malinconia da rientro?

Vacanze finite, che tristezza… Una “malinconia” che ha un vero e proprio nome: “post-vacation blues” o “post-holidays blues”. Si tratta di un termine che descrive lo stato d’animo e fisico che molte persone sperimentano al ritorno dalle vacanze.

Dopo un periodo di relax e tranquillità, il ritorno alla routine quotidiana può sembrare opprimente e difficile da affrontare. L’estate si conclude, le vacanze diventano un ricordo, e la vita di tutti i giorni riprende il suo corso con ritmi spesso frenetici.

Ricominciare con la solita routine, che stress

Il rientro può portare con sé una serie di emozioni contrastanti. Da un lato, c’è la nostalgia per i momenti di relax appena vissuti; dall’altro, la preoccupazione per i nuovi impegni e le responsabilità che ci aspettano.

Tornare alla routine quotidiana può essere un’esperienza intensa sia dal punto di vista emotivo sia fisico. La necessità di riprendere il ritmo, con tutte le responsabilità e le preoccupazioni che ne derivano, può causare un senso di malessere generale.

Come affrontare il ritorno alla quotidianità

In questo contesto, il coaching può essere un valido strumento per affrontare la ripartenza con energia e determinazione. Secondo Patricia Stanghellini, fondatrice di Skillability, una piattaforma che connette persone e aziende con coach professionisti certificati, il coaching è un “strumento pratico che aiuta le persone a fare cambiamenti desiderati nella vita privata e nel lavoro, definendo obiettivi concreti e creando un piano d’azione per ottenere risultati rapidi e duraturi”.

Star meglio con il coaching 

Il coaching è una disciplina che combina influenze filosofiche, psicologiche, sportive e aziendali per supportare la crescita personale e professionale. Si tratta, riferisce Adnkronos, di un approccio strutturato che mira a migliorare le performance e a favorire il benessere generale.

Tra i principali benefici ci sono infatti il miglioramento della comunicazione, dato che aiuta a sviluppare competenze comunicative efficaci; l’incremento dell’autostima valorizzando i propri punti di forza; l’ottimizzazione della gestione del tempo, con una corretta pianificazione; la riduzione dello stress, imparando a bilanciare vita lavorativa e privata.

Ritrovare la giusta motivazione

Riprendere la motivazione dopo un periodo di pausa può essere difficile. Un coach può aiutare a riscoprire la motivazione, fissare nuovi obiettivi e rendere il ritorno al lavoro più stimolante. Inoltre, il coaching può supportare nel mantenere un equilibrio tra vita privata e lavoro, che spesso diventa più evidente dopo le vacanze. Questo equilibrio è fondamentale per il benessere generale e per affrontare al meglio le sfide quotidiane.

RC Auto, qual è l’andamento del prezzo dei premi?

Salgono, scendono o sono in linea con il costo della vita? Qual è l’andamento dei prezzi della RC Auto, una delle voci di spesa obbligatorie per le famiglie italiane che possiedono una macchina? A giugno 2024, secondo l’Osservatorio RC auto Facile.it – Assicurazione.it, i premi medi per assicurare un’auto in Italia sono aumentati dell’8,1% su base annua, raggiungendo i 602,37 euro, ovvero circa 45 euro in più rispetto a giugno 2023.

Tuttavia, negli ultimi mesi, si è osservato un’inversione di tendenza: nel primo semestre del 2024 i premi sono diminuiti dell’1,7% a livello nazionale.

Segnali positivi dal mercato

Andrea Ghizzoni, Managing Director Assicurazioni di Facile.it, spiega: «Sebbene il mutato contesto economico si faccia ancora sentire sui premi RC auto, dal mercato iniziano ad arrivare i primi segnali positivi legati al rallentamento dell’inflazione e ad una stabilizzazione dei tassi di sinistrosità. Nonostante l’incertezza, è lecito attendersi una progressiva stabilizzazione dei premi.»

Le differenze fra Regione e Regione

L’analisi territoriale mostra che a giugno 2024 i premi sono aumentati in tutta Italia, ma con significative differenze tra le regioni. Il Lazio ha registrato l’aumento annuo più consistente (+12,6%), seguito dalla Liguria (+11,9%) e dal Trentino-Alto Adige (+11,2%). Anche la Puglia ha visto un aumento del 10,6%, mentre Lombardia e Toscana hanno avuto un incremento del 10%.

D’altra parte, la Basilicata è l’unica regione dove i premi sono rimasti praticamente stabili (+0,2%). Le Marche hanno visto un aumento del 1,4%, la Calabria del 3,3% e il Friuli-Venezia Giulia del 3,7%, risultando le regioni con gli incrementi minori.

In Campania i premi più elevati in assoluto

Analizzando i dati dell’Osservatorio di Facile.it, la Campania si conferma come la regione con i premi RC auto più alti, con un costo medio di 1.055,80 euro, il 75% in più rispetto alla media nazionale. Segue la Puglia con un premio medio di 683,31 euro e il Lazio con 645,27 euro.

Le regioni dove costa meno assicurare l’auto sono il Friuli-Venezia Giulia, con un premio medio di 396,84 euro, seguita dalla Lombardia (477,55 euro) e dal Trentino-Alto Adige (478,43 euro).

Le prospettive del comparto

Nonostante l’aumento dei premi su base annua, i recenti segnali di rallentamento dell’inflazione e di stabilizzazione dei tassi di sinistrosità offrono una prospettiva positiva per il futuro. Gli automobilisti italiani possono aspettarsi una graduale stabilizzazione dei premi, con possibili riduzioni nei mesi a venire, a meno di cambiamenti significativi nel contesto economico o nel tasso di sinistrosità.

Imprese: tra aprile e giugno quasi 29.500 nuove attività

Nel secondo trimestre 2024, riprende un po’ di vigore la voglia di fare impresa in Italia. Nonostante le sfide economiche persistenti, tra aprile e giugno 2024 il saldo positivo tra aperture e chiusure è pari a un incremento di 29.489 attività, con un risultato superiore a quello dello stesso periodo dell’anno scorso. 

Secondo l’analisi trimestrale Movimprese, condotta da Unioncamere e InfoCamere sui dati del Registro delle Imprese delle Camere di Commercio, uno degli elementi chiave di questa crescita è stato l’aumento delle iscrizioni, che hanno toccato quota 81.456, registrando una ripresa di 2.179 unità rispetto allo stesso trimestre del 2023
Sul fronte opposto, le cessazioni hanno raggiunto le 51.967 unità, segnando un incremento rispetto alla media storica e il quinto aumento consecutivo in cinque anni.

Un bilancio dei territori

In termini assoluti il Sud Italia si conferma un importante motore di crescita, con un saldo positivo di 9.084 nuove imprese, e un tasso di crescita dello 0,44%, in linea con quello registrato nel medesimo periodo dell’anno precedente, ma inferiore a quello medio nazionale (+0,5%).

Anche il Nord-Ovest e il Centro Italia hanno mostrato performance positive, sia nei valori assoluti (+8.671 e +6.348 imprese) sia nei tassi di crescita, rispettivamente dello 0,56% e dello 0,51%.  In particolare, la Lombardia si distingue come la regione più dinamica, con un saldo positivo di 6.483 imprese, seguita dal Lazio, che ha visto un incremento di 3.851 nuove attività.

Al contrario ma in termini di tassi di crescita, altre regioni, come la Sardegna (+0,02%), l’Umbria (+0,27%) e la Basilicata (+0,32%) hanno mostrato aumenti decisamente più contenuti rispetto alla media nazionale.

Le performance dei settori

A livello settoriale, i dati mostrano una stabilità nelle attività tradizionali come agricoltura, commercio e manifattura. Il settore del commercio, con 1.389.886 imprese, ha visto invece un incremento di 2.620 unità nel secondo trimestre 2024, con una crescita percentuale dello 0,19%, identica a quella dell’anno precedente. 

Un notevole dinamismo caratterizza invece i servizi di alloggio e ristorazione, che hanno registrato una crescita di 4.889 unità, pari a un aumento dell’1,08%
Il dato, superiore allo 0,97% rispetto al trimestre 2023, conferma la ripresa vivace del settore turistico, sostenuta dal rilancio post-pandemia e dall’aumento dei flussi.

Aumenta la domanda di arte e finanza

Anche le attività professionali, scientifiche e tecniche continuano a crescere in modo robusto, con un incremento dell’1,62% e 4.029 nuove unità nell’ultimo trimestre.
Il settore riflette una crescente domanda di servizi professionali e tecnici, probabilmente alimentata da un’economia sempre più basata sulla conoscenza e l’innovazione.

Tra i settori con la crescita percentuale più significativa si sono distinte le attività finanziarie e assicurative (+1,14%) insieme a quelle artistiche, sportive e di intrattenimento (+1,13%), indicando un aumento della domanda per servizi finanziari e un crescente interesse per le attività ricreative e di intrattenimento.

Spesa digitale: nel 2024 i professionisti italiani spenderanno 2 miliardi di euro

Emerge della ricerca dell’Osservatorio Professionisti e Innovazione Digitale della School of Management del Politecnico di Milano: nel 2024 la spesa digitale di avvocati, commercialisti e consulenti del lavoro italiani è prevista attestarsi a 1,982 miliardi di euro, +5% in un anno.

Nel 2023 i professionisti italiani hanno investito complessivamente 1,888 miliardi di euro in tecnologie digitali, +7% rispetto al 2022.
“Per avvocati, commercialisti, consulenti del lavoro e studi multidisciplinari è il momento di correre – afferma Claudio Rorato, Responsabile scientifico e Direttore dell’Osservatorio -, per accelerare il livello di digitalizzazione e sostenibilità, sia all’interno delle loro organizzazioni sia nel trasferimento alle aziende clienti”. 

Gli studi multidisciplinari investono di più

A investire più in tecnologia si confermano gli studi multidisciplinari, con una spesa media di 25.100 euro, seguiti a distanza dai consulenti per il lavoro (12.900 euro), i commercialisti (12.100 euro) e gli avvocati (9.500 euro).
In dettaglio, il 41% degli studi multidisciplinari investe più di 10.000 euro e il 37% tra 3mila e 10mila euro, mentre solo l’8% degli avvocati spende più di 10mila euro, il 35% tra 3-10mila euro.

Anche sul fronte della reddittività la categoria legale è quella più in sofferenza: il 40% registra una diminuzione del reddito nell’ultimo biennio, contro il 28% dei commercialisti, il 24% dei consulenti per il lavoro e il 27% dei multidisciplinari.

Il patrimonio informatico dei professionisti

Nel patrimonio informatico, i software per la gestione della contabilità e paghe, per il processo civile telematico, i sistemi di fatturazione elettronica e i sistemi di videochiamate sono presenti nei diversi studi con percentuali oltre l’80%, le restanti tecnologie  al massimo nel 50%, raggiungendo il minimo in quelle evolute, come CRM, business intelligence, AI, workflow.

L’AI non è infatti ancora compiutamente entrata tra i professionisti, che pure manifestano grande interesse.
Oltre l’80% degli studi si sta documentando sulla tecnologia, tra il 5% e il 7% sta valutando lo sviluppo di progetti con altri colleghi, e solo tra il 3% e l’8% è passato all’azione, avviando progetti, con l’ausilio di consulenti esterni o insieme ad altri partner di business.

Le preoccupazioni per il futuro

Per commercialisti, consulenti del lavoro e studi multidisciplinari la prima preoccupazione per il futuro è la difficoltà di trovare personale adatto alle esigenze dello studio, al secondo posto ci sono il passaggio generazionale e la necessità di aumentare le dimensioni dello studio, ritenute inadeguate anche dagli avvocati.
Al terzo posto, per commercialisti, consulenti del lavoro e studi multidisciplinari, c’è la difficoltà di far percepire l’utilità di nuovi servizi alla clientela.

Per gli avvocati, invece, la principale preoccupazione è la capacità di elaborare da soli una nuova visione di studio, ma anche la difficoltà di trovare interlocutori con cui sviluppare collaborazioni stabili e la disponibilità di risorse finanziarie da investire in tecnologie evolute.

Le PMI italiane soffrono per i pagamenti lumaca della PA

Nelle transazioni commerciali con le aziende private la nostra Pubblica Amministrazione adotta una prassi che l’Ufficio studi della CGIA definisce ‘diabolica’. In pratica, salda le fatture di importo maggiore entro i termini di legge, mantenendo così l’Indicatore di Tempestività dei Pagamenti (ITP) entro i limiti previsti dalla norma, ma ritarda intenzionalmente il saldo di quelle con importi minori, penalizzando le imprese fornitrici con volumi bassi, ovvero, le imprese più piccole.

Nel 2023 lo Stato italiano ha sostenuto un costo complessivo di 122 miliardi di euro, ma non è riuscito a onorare tutti gli impegni economici presi con i fornitori.
I debiti commerciali della PA ammontano a circa 50 miliardi di euro, lo stesso importo da almeno 5 anni. E sono le Pmi le più penalizzate da questo comportamento. 

Fornitori “ricattati” dai dirigenti pubblici

Non solo. Da qualche tempo si è consolidata una nuova pratica ‘imposta’ da molti dirigenti pubblici, anche di società collegate a regioni ed enti locali, che decidono unilateralmente quando i fornitori devono emettere la fattura.
In pratica, solo quando l’Amministrazione dispone dei soldi per liquidarla.

Se i fornitori non si ‘attengono’ a questa disposizione, lavorare in futuro per loro sarà difficile.
Una forma di abuso della posizione dominante che la CGIA definisce ‘ripugnante’.

A Napoli ritardi di 143 giorni

Tra le Amministrazioni pubbliche più ‘lumaca’ a pagare i propri fornitori sono i Comuni, in particolare quelli del Mezzogiorno. Sebbene negli ultimi anni la situazione sia migliorata, nel 2023 i dati più critici si sono registrati a Napoli, dove i fornitori sono stati pagati con 143 giorni di ritardo.
In contro tendenza Palermo, che nel 2023 ha liquidato i partner commerciali con 65,5 giorni di anticipo. Nessun altro comune capoluogo di provincia d’Italia ha fatto meglio.

Al Centronord, al netto di Imperia (22,11 giorni di ritardo), Viterbo (+19) e Alessandria (+14,98), quasi tutti gli altri comuni capoluogo di provincia pagano in anticipo. Le situazioni più virtuose riguardano Padova, Grosseto e Pordenone, con un anticipo del saldo di oltre 21 giorni.

Maglia nera al ministero del Turismo

Anche i ministeri italiani faticano a rispettare le disposizioni previste dalla legge in materia di tempi di pagamento riferiti alle transazioni commerciali.
L’anno scorso 9 ministeri su 15 (il 60%) hanno liquidato i propri fornitori in ritardo rispetto alle scadenze contrattuali. Maglia nera il ministero del Turismo (ritardo di 39,72 giorni), seguito da Interno (33,52), Università e la Ricerca (32,89), Salute (13,60). Il ministero dell’Agricoltura, Sovranità alimentare e Foreste ha pagato con un anticipo di 17 giorni. 

Perché, allora, i debiti commerciali della PA rimangono attorno ai 50 miliardi?
Non è da escludere che la condotta di buona parte degli enti pubblici locali e centrali sia quella di pagare le fatture correnti entro i tempi previsti dalla legge e tralasciare il pagamento delle più datate.

Formazione più utile della laurea: così la pensano i lavoratori italiani

Emerge da un nuovo studio italiano sulle tendenze di carriera e sul posto di lavoro, ‘Il futuro del lavoro e lo sviluppo professionale’, commissionato da Amazon e condotto da Ipsos a livello europeo,: un lavoratore italiano su due (51%) ritiene che la formazione sul posto di lavoro sia più utile al fine di preparare le persone rispetto ai tradizionali titoli di studio universitari.

La maggioranza dei lavoratori italiani (55%) concorda sul fatto che le università non forniscano tutte le competenze necessarie per crescere professionalmente. E fra coloro che hanno completato un percorso di studi aggiuntivo, due su cinque (42%) ammettono che il lavoro che svolgono attualmente non è legato al proprio percorso accademico.

È sempre importante acquisire nuove competenze

La grande maggioranza dei lavoratori dipendenti italiani (91%) ritiene però ugualmente importante acquisire una nuova competenza, sia per poter migliorare il proprio percorso di carriera nel giro di un anno, sia con l’obiettivo di ricevere una promozione (87%).

Quando si valuta un cambio di lavoro o di ruolo, l’89% delle persone intervistate afferma che la formazione per lo sviluppo della carriera è per loro essenziale, molto o abbastanza importante. E che i programmi di formazione offerti da un potenziale datore di lavoro sono più o ugualmente importanti rispetto alla flessibilità del lavoro (84%) e alla cultura aziendale (82%).

La formazione è un costo che non tutti possono permettersi

Una possibile spiegazione di questa situazione è riconducibile al fatto che molti intervistati hanno dichiarato che si sentirebbero motivati (39%), incoraggiati (35%) e ottimisti (29%) a lavorare per un’azienda che offra accesso a programmi per l’acquisizione di nuove competenze utili allo sviluppo della carriera.

Ma in Italia circa una persona su cinque (19%) ammette di non potersi permettere di pagare corsi di formazione in modo autonomo. Amazon, che ha investito più di 100 milioni di euro in programmi di formazione in Europa, nel 2014 ha lanciato Career choice, il programma che provvede al pagamento del 95% delle spese scolastiche fino a 8.000 euro per quattro anni consecutivi per corsi riconosciuti a livello nazionale in 11 scuole e università italiane.

Come mantenere il proprio ruolo professionale in futuro?

Nel futuro la formazione rappresenterà un asset fondamentale per mitigare le preoccupazioni dei lavoratori: il 46% degli intervistati teme infatti di non avere le competenze necessarie per continuare a svolgere il proprio lavoro nei prossimi anni.
Inoltre, riporta Adnkronos, circa sette intervistati su dieci (71%) ritengono che le persone attualmente occupate dovranno continuare a studiare e aggiornarsi per mantenere il proprio ruolo professionale anche in futuro.

Tuttavia, solo il 14% dei dipendenti afferma di avere accesso a corsi di formazione in grado di supportarli in un eventuale cambio di percorso professionale. Mentre due dipendenti su dieci (22%) dichiarano che presso il loro datore di lavoro non esiste tale possibilità.

Cybersecurity: sede centrale e filiali distribuite non hanno la stessa “protezione”

L’ultimo studio di Kaspersky, il report ‘Gestione delle aziende geograficamente distribuite: sfide e soluzioni’, fornisce una visione approfondita delle sfide di sicurezza dei network e delle informazioni che le aziende con filiali situate in paesi diversi dal paese della sede centrale devono affrontare.
E secondo i risultati del report, il 62% delle aziende geo-distribuite intervistate ha evidenziato una disparità tra i livelli di protezione informatica delle proprie sedi.

Quasi la metà di queste aziende ha ammesso questo problema, ma non lo ritiene critico, mentre il restante 14% ha dichiarato che le proprie filiali necessitano di misure di cybersecurity molto più rigorose. 

Le sedi decentrate non sono in sicurezza?

Gli esperti di Kaspersky avvertono le aziende con più sedi che questa disparità può mettere in pericolo l’intera azienda.
Secondo il report, solo il 38% degli intervistati è convinto che la protezione dalle minacce informatiche della sede centrale (HQ) sia altrettanto efficace anche nelle filiali. Tuttavia, il 48% delle aziende ritiene che il problema esista ma non sia così critico, affermando che la maggior parte degli uffici locali è generalmente ben protetta.

Il 13% delle aziende non è così entusiasta delle misure di protezione, e sostiene che solo alcune filiali siano sotto controllo, mentre l’1% degli intervistati ha addirittura affermato che nessuna delle sedi locali è realmente protetta.

La disparità dipende anche dalla poca fiducia nelle competenze locali

Nel 37% dei casi, le sedi centrali si sono assunte la responsabilità di tutte le attività di cybersecurity delle filiali, sostenendo che il personale locale non avesse conoscenze e qualifiche sufficienti.

Inoltre, nel 60% dei casi in cui i compiti di cybersecurity sono stati condivisi equamente tra la sede centrale e i team locali, tutte le attività sono state supervisionate dalla sede centrale.
Di fatto, oltre ai vincoli di bilancio, una delle ragioni di questa disparità è la mancanza di fiducia nelle competenze locali.

Per accedere all’infrastruttura aziendale ogni luogo è quello giusto per i cybercriminali

“Anche se i dati più sensibili possono essere conservati a livello centrale, l’accesso alle risorse aziendali è chiaramente richiesto da diverse sedi, e quando queste non sono protette come la sede centrale, si creano rischi per la sicurezza dell’intera organizzazione – ha commentato Anton Solovey, Senior Product Manager (XDR) di Kaspersky -. Si pensa forse erroneamente che un livello di protezione inferiore sia sufficiente per le sedi che svolgono un ruolo secondario nella struttura aziendale. Tuttavia, ai criminali informatici non interessa quale luogo venga attaccato, sia esso la sede centrale o le filiali, perché possono accedere all’infrastruttura aziendale da qualsiasi posizione. È quindi importante attivare una protezione che sia ugualmente efficace in tutte le sedi”.

L’Industria lombarda nel primo trimestre 2024: l’analisi della Camera di commercio

Rispetto al primo trimestre 2023, il primo trimestre 2024 ha visto l’area metropolitana milanese in crescita del +2,1% per la produzione, un dato migliore rispetto a quello lombardo (-1,1%). Se però si considera il fatturato, il calo è del -1,6% a livello locale e del – 2,3% a livello regionale.

Lo attesta l’analisi tendenziale emersa dalle elaborazioni del Servizio Studi Statistica e Programmazione della Camera di commercio di Milano Monza Brianza Lodi, che registra un calo del -2,2% anche in relazione al portafoglio ordini, con la performance milanese un po’ più scarsa rispetto alla manifattura lombarda (-1,5%).
Quanto ai mercati esteri, il dato relativo alla Lombardia segna +0,4%, mentre quello dell’area milanese -1,5%. Un trend comunque migliore rispetto alla componente interna, in calo del -2,6%. 

Una certa tenuta congiunturale per la produzione milanese

Il quadro delinea nel primo trimestre 2024 una certa tenuta congiunturale rispetto al quarto trimestre 2023 della produzione industriale milanese (+0,8% destagionalizzato), ma cala il fatturato (-0,9%).
Rispetto al dato lombardo è migliore il dato milanese per la produzione (-0,3% in regione), ma uguale l’andamento del fatturato locale (-0,9% per la Lombardia, destagionalizzato).

Per gli ordini interni il dato congiunturale è in lieve calo per l’industria milanese, con -0,4%, e in modo più accentuato per la manifattura lombarda (-1% destagionalizzato).
Negli ordini esteri la performance milanese risulta invece in crescita (+1,4%) rispetto al dato lombardo (-0,1% destagionalizzato).

Monza e Brianza: un calo tendenziale e congiunturale

La crescita tendenziale della capacità produttiva di Monza e Brianza colloca i volumi prodotti a un livello inferiore rispetto al primo trimestre 2023 (-2%), rispetto al calo del dato lombardo (-1,1%).
Nello stesso periodo, i dati della manifattura brianzola per fatturato (-2,3%) sono coerenti con il dato lombardo (-2,3%). Sempre rispetto al primo trimestre 2023, il portafoglio ordini del manifatturiero brianzolo evidenzia una tenuta reale maggiore rispetto al calo registrato in Lombardia (rispettivamente -0,2% e -1,5%).

Il primo trimestre 2024 fa però registrare una diminuzione della produzione industriale (-0,5% destagionalizzato) rispetto al quarto trimestre 2023, in linea con il calo del fatturato (-0,6% destagionalizzato), mentre crescono le commesse acquisite dai mercati esteri (+1,7% destagionalizzato) e sono stabili quelle interne (-0,2%).

Lodi: un trimestre col segno più

Per Lodi, nel primo trimestre 2024 si verifica un trend di crescita per la produzione rispetto all’anno precedente.
Relativamente all’analisi tendenziale, raffrontata al primo trimestre 2023, l’aumento della produzione si attesta a +2,6%, performance migliore rispetto al dato lombardo (-1,1%). In relazione al fatturato, nel confronto con il primo trimestre 2023, il recupero si attesta a +9,6%, ben superiore per intensità al dato regionale (-2,3%). Gli ordini sono in crescita in un anno con +7,4% rispetto al -1,5% lombardo. 

In crescita rispetto al trimestre precedente il trend congiunturale della produzione industriale (+2,1% destagionalizzato), accompagnato dal fatturato in crescita (+2,4% destagionalizzato) e dalle commesse acquisite dai mercati interni (+2,6% destagionalizzato). Ma gli ordini esteri risultano in lieve calo (-0,2%). 

Nuove regole per gli affitti brevi: cedolare secca al 26% ma non per tutti

Con la circolare n. 10/E l’Agenzia delle Entrate fornisce istruzioni agli uffici sulle novità introdotte dalla Legge di bilancio 2024 relativamente alle locazioni brevi.

Sono infatti in arrivo nuove regole nell’ambito dei cosiddetti ‘affitti brevi’, e non solo per i proprietari, anche per gli intermediari immobiliari e i gestori di portali telematici di locazioni. Questi ultimi, all’atto del pagamento al locatore dovranno sempre operare, in qualità di sostituti d’imposta, una ritenuta del 21% a titolo d’acconto, indipendentemente dal regime fiscale adottato dal beneficiario.
Quanto alla cedolare secca con aliquota al 26% non si applicherà a tutte le locazioni.

Cedolare secca: 21% o 26%?

L’aliquota dell’imposta sostitutiva della cedolare secca sarà applicata al 26% a partire dal secondo immobile dato in locazione.
Nulla cambia invece per la prima o unica abitazione affittata, che sconta l’aliquota al 21%.

Il proprietario che mette in locazione diverse unità ha comunque la possibilità di sceglierne una per ciascun periodo d’imposta per cui fruire dell’aliquota ridotta del 21%. La scelta andrà indicata nella dichiarazione dei redditi relativa al periodo d’imposta d’interesse. La nuova aliquota del 26% si applica sui redditi di locazione maturati dal 1° gennaio 2024, a prescindere dalla data di stipula dei relativi contratti e dalla percezione dei canoni.

Cosa cambia per intermediari e gestori telematici?

Gli intermediari, tra cui i gestori di portali telematici, che incassano o intervengono nel pagamento dei canoni relativi ai contratti di locazione, dovranno operare sempre, in qualità di sostituti d’imposta, una ritenuta del 21%, a titolo d’acconto sull’ammontare dei canoni, all’atto del pagamento al beneficiario, indipendentemente dal regime fiscale che quest’ultimo ha scelto. Dal canto suo, il locatore dovrà determinare l’imposta (ordinaria o sostitutiva) dovuta, scomputare le ritenute d’acconto e corrispondere l’eventuale saldo entro il termine per il versamento delle imposte sui redditi.

Le novità per i non residenti

Il documento di prassi illustra nel dettaglio anche l’adeguamento della legislazione nazionale al contenuto della sentenza sugli adempimenti fiscali degli intermediari non residenti, emanata dalla Corte di giustizia dell’Unione europea il 22 dicembre 2022.

Gli intermediari non residenti all’interno della Ue ed extra-Ue che hanno una stabile organizzazione in Italia operano attraverso la stessa,  riporta Adnkronos. I soggetti residenti in uno Stato membro dell’Unione europea che non hanno una stabile organizzazione in Italia possono adempiere direttamente agli obblighi o nominare un rappresentante fiscale in Italia. I soggetti extra-Ue con una stabile organizzazione in uno Stato membro dell’Unione assolvono agli adempimenti tramite la stabile organizzazione, e in mancanza di questa, devono invece nominare un rappresentante fiscale.