Deepfake, il Garante: in gioco diritti, identità e libertà personali

C’è un momento in cui l’innovazione smette di essere solo affascinante e diventa scomoda. Succede quando gli strumenti sono potenti, accessibili a tutti e capaci di incidere direttamente sulla vita delle persone.

È quello che sta accadendo con i deepfake e con alcune applicazioni di intelligenza artificiale che permettono di creare immagini, video e voci partendo da materiale reale. Su questo terreno scivoloso è intervenuto il Garante per la protezione dei dati personali, con un avvertimento che suona più come un campanello d’allarme che come una semplice nota tecnica.

Cosa succede dopo il caso Dopo Clothoff

Il precedente è purtroppo famoso: lo scorso ottobre Clothoff è stata bloccata. Ora però il Garante allarga lo sguardo e richiama all’attenzione l’uso di servizi basati sull’intelligenza artificiale come Grok, ChatGPT e altre piattaforme simili.

Strumenti diversi, con finalità anche molto lontane tra loro, ma accomunati da una caratteristica comune: la possibilità di generare contenuti realistici a partire da immagini o voci di persone “vere”.

Il problema non è la tecnologia, ma l’uso che se ne fa

Il punto non è demonizzare l’intelligenza artificiale. Il Garante lo chiarisce senza giri di parole: il rischio nasce quando questi strumenti vengono usati senza il consenso degli interessati. In quei casi, la creazione e la diffusione dei contenuti – soprattutto attraverso social network e applicazioni di messaggistica – può trasformarsi in una violazione grave dei diritti fondamentali. Non solo privacy, ma anche reputazione, dignità, libertà personale. E in certi scenari, il passo verso il reato è breve.

Anche le piattaforme sono chiamate in causa

L’avvertimento non riguarda soltanto chi utilizza questi servizi in modo scorretto. Una parte consistente della responsabilità ricade anche sui fornitori.

Secondo l’Autorità, le piattaforme dovrebbero essere progettate fin dall’origine per ridurre gli abusi e garantire un utilizzo conforme alle regole europee sulla protezione dei dati. Non basta offrire uno strumento potente: serve anche pensare alle conseguenze.

L’istruttoria solleva molti dubbi

Dalle verifiche avviate d’ufficio emerge un quadro poco rassicurante. In molti casi l’uso illecito di immagini e voci altrui è fin troppo semplice.

Nessun controllo reale, pochi ostacoli, nessuna verifica sull’esistenza di un titolo giuridico valido. È questa facilità a rendere il fenomeno particolarmente insidioso.

Uno scenario ancora aperto

Per i servizi legati a X, il Garante italiano sta già collaborando con l’autorità irlandese, competente a livello europeo. E altre iniziative non sono escluse. Il messaggio, però, è chiaro: l’innovazione non può correre senza regole.