Negli ultimi anni le catene di approvvigionamento globali hanno affrontato una serie di shock senza precedenti: la pandemia, con la scarsità di materiali e i ritardi nei trasporti; l’invasione dell’Ucraina, che ha limitato l’accesso a energia e materie prime; le tensioni in Medio Oriente, che hanno reso più insicuro il transito nel canale di Suez. Senza dimenticare i nuovi spauracchi dei dazi commerciali.
Questo scenario instabile obbliga le imprese a rivedere processi e strategie, puntando su pianificazione più sofisticata e capacità di reazione rapida. Tuttavia, secondo la ricerca dell’Osservatorio Supply Chain Planning del Politecnico di Milano, le aziende italiane faticano ancora a sviluppare una gestione preventiva del rischio.
Solo il 26% delle grandi imprese ha rivisto i modelli di rischio
Se da un lato l’82% delle imprese tiene sotto osservazione i principali fattori di rischio, dall’altro solo una minoranza adatta concretamente i propri modelli: appena il 26% delle grandi aziende e il 5% delle PMI.
Soltanto una su dieci elabora piani di emergenza strutturati o scenari alternativi, segnale di una vulnerabilità diffusa.
Restano centrali i rischi finanziari e operativi, ma cresce l’attenzione verso le variabili geopolitiche e di sostenibilità.
Il fattore umano come leva di cambiamento
Il contributo delle persone, ribadisce la ricerca, resta sempre il fattore determinante. Oltre il 60% delle imprese gestisce internamente i progetti di trasformazione delle filiere, ma la formazione è ancora insufficiente: metà delle grandi aziende non investe nello sviluppo dei team di pianificazione.
Dove si sceglie di puntare sulle risorse interne, le iniziative vanno dall’ampliamento degli organici a corsi di specializzazione su data analytics, machine learning e intelligenza artificiale.
Innovazione e digitalizzazione
Il 60% delle aziende ha avviato negli ultimi dodici mesi progetti di trasformazione digitale, in particolare su demand e production planning. L’automazione è un’area d’interesse: le PMI guardano a soluzioni semplici di Robotic Process Automation, mentre le grandi imprese sperimentano strumenti più complessi come l’Intelligent RPA.
Parallelamente cresce l’attenzione verso la formazione tecnica e manageriale, indispensabile per passare da un approccio reattivo a uno proattivo basato su scenari simulati.
Integrazione dei sistemi e ruolo dell’AI
Quali sono i principali ostacoli? Il primo è è rappresentato dalla frammentazione dei sistemi informativi: oltre la metà delle aziende opera ancora con piattaforme solo parzialmente integrate. Questo limita la visibilità lungo tutta la filiera e riduce la capacità di reazione.
Alcune realtà, soprattutto tra le grandi imprese, hanno già introdotto modelli avanzati di governance dei dati e stanno sperimentando applicazioni di intelligenza artificiale per migliorare previsioni, ottimizzare le scorte e pianificare i trasporti. Restano però pochi i casi di adozione matura.
Obiettivo proattività
Come evidenziano i responsabili scientifici dell’Osservatorio, la direzione sembra essere tracciata: la resilienza delle supply chain italiane passerà dall’integrazione tra pianificazione, automazione e formazione, con una gestione del rischio non più reattiva ma proattiva.
Solo così le imprese potranno trasformare le crisi in opportunità.