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Automobile: non tutti sanno “riconoscere” il motore

Lo ha scoperto l’indagine commissionata da Facile.it all’istituto di ricerca mUp Research: sono meno del 20% gli italiani pienamente a conoscenza del fatto che spesso il motore installato sulla propria autovettura è prodotto da altre aziende. E la percentuale crolla all’11% considerando il solo campione femminile.

Spesso, infatti, le case automobilistiche scelgono di utilizzare per i loro veicoli motori costruiti da altri produttori. Ma non tutti gli automobilisti italiani ne sono consapevoli.
Secondo lo studio di Facile.it, una percentuale importante di italiani si colloca su livelli bassi o medi di consapevolezza (41%), mentre il 6% ammette addirittura di non saperne nulla. Quota che arriva al 12% nelle regioni del Centro Italia.

La provenienza del “cuore dell’auto” è trascurabile?

La decisione d’acquisto di un’auto dipende principalmente da fattori economici e funzionali, come prezzo, consumi, sicurezza, mentre elementi più tecnici come la provenienza del motore hanno un peso secondario. Tanto che appena il 34% del campione intervistato dichiara di tenere in considerazione questo aspetto quando è alle prese con il cambio della propria vettura.

“Quando il consumatore dichiara che ‘il motore conta’, in realtà sta esprimendo fiducia nel marchio dell’auto, non necessariamente esprime consapevolezza sull’effettivo produttore del propulsore”, spiega Facile.it.
Attenzione però a non sottovalutare questo componente: non solo rappresenta il cuore dell’auto, determinando performance, affidabilità e consumi, ma può anche avere un impatto sui costi di manutenzione, bollo e assicurazione.

Premio Rc Auto e bollo variano a seconda della potenza

Per quanto riguarda il bollo, ad esempio, il peso della tassa automobilistica varia in funzione della potenza effettiva del motore, espressa in Kilowatt (kW) e indicata nel libretto di circolazione.

Esiste però anche un rapporto tra il motore, in particolare, la sua cilindrata, e il premio RC auto.
Le compagnie assicurative a volte usano questo valore per calcolare il premio assicurativo: all’aumentare della cilindrata normalmente cresce non solo il valore dell’auto, ma anche la potenza del motore, quindi, aumenta statisticamente anche il rischio di sinistri.
Ecco perché a parità di valore d’acquisto (ad esempio, 30.000 euro) il premio medio della polizza tende a crescere all’aumentare della cilindrata, con una differenza che può arrivare fino al 57%.

Alcune assicurazioni considerano anche il tipo di alimentazione

Ancora meno italiani sanno che in alcuni casi le compagnie assicurative tengono in considerazione anche l’alimentazione del motore.
Dall’analisi Facile.it emerge che una polizza per un’auto alimentata solo a diesel o benzina costa in media di più rispetto a una vettura ibrida.

Ad esempio, limitando l’analisi a veicoli con potenza inferiore a 75 kW, il premio medio per il modello ibrido è inferiore del 10% rispetto a quello diesel. La differenza aumenta ulteriormente sulle auto più potenti: nella fascia tra 120 e 200 kW assicurare un modello ibrido costa in media il 4% in meno rispetto a quello a benzina, e il 17% in meno rispetto a quello diesel.

Lavoro ibrido: i cybercriminali non vanno in vacanza

Oggi è molto più semplice restare connessi, e questo rende più facile conciliare lavoro e svago, anche quando si è lontani da casa. Ma l’aumento della connettività dei viaggiatori non è passata inosservata ai cybercriminali.
Per molti andare in vacanza significa solo abbandonare la vita d’ufficio, perché il lavoro ibrido si estende anche nei mesi estivi.  Questo approccio flessibile rende quindi più comune la scelta di portare il pc anche in ferie. 

Anche se nessuno desidera lavorare durante le vacanze, farlo può aiutare a ridurre lo stress legato alla necessità di completare tutto prima di partire. Inoltre, permette di gestire le attività più urgenti in momenti di relax.
Attenzione però a non sottovalutare i rischi legati alle connessioni non protette.

Proteggersi dai rischi del remote working

Prima dei Giochi Olimpici e Paralimpici estivi del 2024 gli esperti di Kaspersky hanno analizzato quasi 25.000 hotspot Wi-Fi gratuiti a Parigi. L’analisi ha rivelato che quasi il 25% di queste reti presentava una crittografia debole o assente, rendendo gli utenti vulnerabili al furto di dati personali e bancari.

Spesso i viaggiatori abbassano la guardia, e location nuove o le diverse lingue possono diventare un utile nascondiglio per attacchi informatici. Ciò significa che è necessario prestare maggiore attenzione quando ci si connette. Fortunatamente, alcuni strumenti e abitudini intelligenti possono aiutare a proteggersi mentre ci si gode la flessibilità del remote working.

Criptare il traffico Internet con una VPN

Una VPN è un modo efficace per proteggere la propria attività online, soprattutto quando si lavora da luoghi sconosciuti. È una soluzione in grado di criptare il traffico Internet, evitando che gli hacker possano intercettare dati sensibili come credenziali di accesso o informazioni finanziarie.
Si tratta di un aspetto particolarmente importante quando si accede alle e-mail di lavoro o ai file aziendali tramite reti Wi-Fi pubbliche.

Oltre alla sicurezza, una VPN nasconde anche gli indirizzi IP, impedendo di tracciare i movimenti online. E per chi lavora con strumenti o siti web soggetti a restrizioni geografiche, permette l’accesso a contenuti locali. Utile, quindi, non solo ai lavoratori ma anche a chi viaggia all’estero.

Evitare gli hotspot non sicuri con una eSIM

Un altro utile strumento digitale che consente di rimanere connessi facilmente utilizzando le reti mobili locali senza una scheda SIM fisica è l’eSIM. Si tratta di una soluzione rivoluzionaria per evitare costi di roaming elevati o il disagio di dover acquistare schede SIM temporanee in altri Paesi. Grazie all’eSIM, è possibile scaricare un piano dati locale prima ancora di arrivare a destinazione, assicurando la connettività immediata fin dall’atterraggio.

Questa soluzione consente di evitare l’uso di hotspot Wi-Fi non sicuri, riducendo l’esposizione a minacce informatiche. Inoltre, molti fornitori di eSIM permettono di gestire più profili su un unico dispositivo, rendendo più semplice il passaggio tra i piani dati personali e quelli di lavoro.

E per proteggersi da accessi non autorizzati è fondamentale attivare l’autenticazione a due fattori (2FA) e impostare password sicure su ogni dispositivo.

Consumi: spesa delle famiglie insufficiente, fiducia ancora debole

I consumi degli italiani calcolati nella metrica dell’Indicatore Consumi Confcommercio, mostrano anche a giugno una riduzione su base annua (-1,0%), sintesi di un netto miglioramento della domanda per i servizi (1,3%) e di un deciso calo di quella per i beni (-1,9%).

Seppure il dato dell’ultimo mese appare fortemente condizionato da quanto accaduto nell’automotive, la cui pesante riduzione (-29,5%) è stata in parte determinata dal confronto con il mese corrispondente del 2024, in cui partirono i gli incentivi, non vanno trascurate le difficoltà di molti segmenti di consumo cosiddetti “maturi” (abbigliamento, mobili, alimentari), che solo in parte sono controbilanciate dalla crescente domanda di beni e servizi per la fruizione del tempo libero.

Ma dinamiche occupazionali positive e inflazione stabile

Anche il dato destagionalizzato, che pure indica per il quarto mese consecutivo una marginale crescita congiunturale, non modifica la lettura di una dinamica dei consumi debole e le difficoltà della situazione macroeconomica.

Stando alle dinamiche occupazionali e alla stabilizzazione dell’inflazione (la stima per luglio è di una variazione congiunturale dello 0,2% e di una crescita tendenziale dell’1,4%) la crescita dovrebbe originare dai miglioramenti registrati dal reddito disponibile reale.
La scarsa percezione da parte delle famiglie di questa mutata condizione e i timori di un repentino peggioramento continuano ad alimentare un clima di sfiducia che si traduce, in molti casi, in comportamenti estremamente prudenti in materia di consumo.

ICC: andamenti articolati e dinamiche divergenti

In ogni caso, a giugno 2025 le diverse funzioni di consumo che compongono l’ICC hanno registrato andamenti articolati, con dinamiche che non sembrano discostarsi, nella sostanza, da quanto rilevato nei periodi più recenti. L’incremento più significativo si è registrato per i consumi di beni e servizi per la comunicazione (+7,5%).

Variazioni lievemente positive anche per la domanda per alberghi, pasti e consumazioni fuori casa (+0,7%) e per beni e servizi per la casa (+0,6%) segmento su cui ha pesato l’accresciuta domanda di energia elettrica.
Stazionari i consumi per beni e servizi per la cura della persona.
Le altre macro-funzioni evidenziano, sia pure con diverse intensità, un arretramento, su base annua, dei quantitativi acquistati dalle famiglie.

Il calo più pesante è per la mobilità

Il calo più pesante si è registrato per i beni e i servizi per la mobilità (-10,2%). Tra gli altri segmenti si confermano in difficoltà abbigliamento e calzature (-0,9%), beni e servizi ricreativi (-0,8%), alimentari, bevande e tabacchi (-0,3%). I dati complessivi sottendono, come di consueto, andamenti articolati delle diverse funzioni di spesa incluse negli aggregati.

A livello di singole voci di consumo l’incremento più significativo ha interessato l’energia elettrica (7,4%). E si conferma la tendenza al miglioramento della domanda per trasporti aerei (+5,4%), carburanti (+3,7%), alberghi (+1,6%), pasti e consumazioni fuori casa (0,4%) e tabacchi (0,7%).

Lavoro, l’IA può contribuire al benessere? Uno studio dice di sì

Intelligenza artificiale e benessere potrebbero essere un binomio vincente sul lavoro? Probabilmente sì.

Un recente studio realizzato da Jabra, in collaborazione con l’Happiness Research Institute, ha analizzato come l’uso dell’intelligenza artificiale generativa stia impattando la vita dei lavoratori nel mondo. La ricerca, intitolata Work and Wellbeing in the Age of AI, non si limita a misurare l’efficienza, ma indaga un aspetto spesso trascurato: la felicità.

Italia presente nello studio globale

Il sondaggio ha coinvolto oltre 3.700 professionisti in 11 Paesi, compresa l’Italia, con un campione di 363 lavoratori italiani. Più della metà degli intervistati nel nostro Paese dichiara di utilizzare l’intelligenza artificiale nella vita privata, e quasi uno su due la applica regolarmente anche sul lavoro.
Le tendenze emerse tra gli italiani rispecchiano in gran parte quelle degli altri Paesi coinvolti.

Maggiore uso, maggiore soddisfazione

I dati parlano chiaro, riferisce Adnkronos: chi fa un uso quotidiano dell’IA tende ad essere più soddisfatto professionalmente. Il 78% di chi la utilizza frequentemente dichiara di raggiungere con più facilità gli obiettivi, contro il 63% di chi la utilizza di rado. Inoltre, il 70% percepisce maggiori opportunità di crescita, a fronte del 38% tra gli utenti occasionali.

Ma non è solo una questione di efficienza. L’uso regolare dell’IA sembra alimentare anche la fiducia nel futuro: il 47% dei lavoratori abituali crede che il proprio lavoro continuerà ad essere gratificante, mentre solo il 27% degli altri è altrettanto ottimista.

Il lavoro incide sulla felicità personale?

Secondo il rapporto, la soddisfazione sul lavoro è strettamente legata al benessere generale: i dipendenti contenti della propria professione hanno una probabilità cinque volte maggiore di dirsi felici nella vita privata. Due terzi di chi ha un’alta soddisfazione lavorativa si descrive felice anche fuori dall’ufficio.

Tecnologia sì, ma con un pizzico di psicologia 

Meik Wiking, CEO dell’Happiness Research Institute, sottolinea come l’intelligenza artificiale vada valutata anche in termini psicologici: motivazione, identità e percezione del futuro sono elementi chiave per comprenderne il vero impatto.

Non mancano però le contraddizioni: chi usa spesso l’IA sperimenta un aumento dello stress (+20%). Questo però non sempre è un segnale negativo. Lo stress “positivo”, legato alla sfida e al coinvolgimento, è stato associato a livelli più alti di soddisfazione e obiettivi raggiunti.

Un’opportunità anche per le aziende

Lo studio evidenzia che quasi un terzo dei professionisti non ha mai utilizzato l’IA sul lavoro. Per le imprese, questo è un momento decisivo: progettare strumenti che migliorino non solo l’efficienza, ma anche l’esperienza emotiva dei dipendenti può determinare il successo a lungo termine.

Come ricorda Paul Sephton, responsabile globale della comunicazione di Jabra, il futuro del lavoro non sarà solo tecnologico, ma profondamente umano.

Medie imprese italiane: più produttive delle “colleghe” francesi e tedesche

Le medie imprese industriali italiane hanno vissuto un decennio di netta crescita, con vendite, occupazione e produttività in aumento. Si confermano così tra le realtà più dinamiche e competitive del panorama europeo.

Con un incremento della produttività del lavoro pari al 31,3% tra il 2014 e il 2023, queste aziende battono le controparti tedesche e francesi, collocandosi al primo posto in Europa sul fronte dell’efficienza. Le imprese spagnole si mantengono avanti solo in termini di fatturato e occupazione, ma non reggono il confronto sull’efficienza produttiva. Lo dicono il XXIV Rapporto sulle Medie Imprese e lo studio “Scenario competitivo, ESG e innovazione strategica”, curati da Mediobanca, Centro Studi Tagliacarne e Unioncamere

In totale sono 3.650 le imprese di dimensione media che trainano il cuore manifatturiero del Paese, operando soprattutto nei settori legati al Made in Italy. In dieci anni, hanno fatto registrare anche un +54,9% nelle vendite e un +24,2% nei livelli occupazionali, evidenziando un modello imprenditoriale solido, spesso legato a una gestione familiare e a una forte vocazione all’export.

Il 2025 sarà positivo, ma l’incertezza si fa sentire

Guardando al futuro, il 2025 si profila con segnali incoraggianti: si stima un incremento del 2,2% del fatturato complessivo e un 2,8% delle esportazioni rispetto all’anno precedente.

Ma le incognite purtroppo non mancano. Una su tutte: la concorrenza low-cost, percepita come minaccia da circa sette imprese su dieci, che mette a rischio la sostenibilità di molti modelli produttivi.

Energia, dazi e instabilità: le criticità globali

Il contesto geopolitico incerto e l’aumento dei costi energetici rappresentano ulteriori sfide. Inoltre, i dazi imposti o minacciati dagli Stati Uniti potrebbero avere un impatto significativo per circa il 30% delle aziende, mentre un ulteriore 21,3% segnala effetti potenzialmente moderati.

Da qui nasce la richiesta, espressa da oltre il 52% delle imprese, di un intervento europeo coordinato contro pratiche commerciali scorrette e politiche protezionistiche.

Pressione fiscale e carenza di competenze i problemi nazionali

Oltre ai fattori esterni, restano irrisolte alcune fragilità strutturali: la pressione fiscale continua a essere un ostacolo, così come il disallineamento tra domanda di lavoro e competenze disponibili.
Due elementi che rischiano di frenare il potenziale di crescita di queste imprese, pur in presenza di una base economica solida.

Il ruolo delle Mid-Cap nell’economia nazionale

Queste aziende rappresentano un pilastro dell’economia italiana: generano il 17% del fatturato industriale, il 16% del valore aggiunto e il 14% delle esportazioni e dell’occupazione manifatturiera. 

Cybersecurity: come far crescere la resilienza cibernetica nelle università e nelle imprese

Solo nel 2024 il Computer Security Incident Response Team (Csirt) ha gestito 1.979 eventi cyber, 165 al mese, che hanno colpito 2.734 vittime, il doppio dell’anno precedente.
In cima alla lista delle minacce c’è il ransomware, un’emergenza quotidiana per le Pmi, spesso prive di adeguate difese.
Anche in Italia, infatti, il cybercrime corre veloce, e gli attacchi informatici si moltiplicano.

Per questo motivo, Google.org in collaborazione con Virtual Routes e l’Università degli Studi di Milano e dalla Fondazione Mondo Digitale ETS, avvierà il programma internazionale Cybersecurity Seminars.
L’obiettivo è costruire una cultura diffusa della sicurezza digitale, e trasformare studenti e studentesse di ogni facoltà universitaria in nuove risorse professionali per la resilienza cibernetica del Paese.

Seminari, hackathon, tirocini e attività di service learning

In dettaglio, il programma internazionale  Cybersecurity Seminars offre un percorso esperienziale e interdisciplinare che include seminari pratici, hackathon tematici, tirocini presso realtà locali, attività di service learning per l’impatto sociale.

Il programma coinvolge 140 laureandi e neolaureati, 175 organizzazioni territoriali, tra Pubbliche amministrazioni, enti del terzo settore e Pmi. Particolare attenzione è riservata all’inclusione. L’EDI Champion del progetto, Silvia Salini, professoressa ordinaria di Statistica dell’Università Statale di Milano, garantisce pari opportunità e partecipazione anche a studenti con background non convenzionali.

Accrescere la consapevolezza dei rischi e delle dinamiche del mondo digitale

“La criminalità informatica è ormai strutturata e transnazionale, difficile da contrastare e altamente redditizia – spiega Nunzia Ciardi, vicedirettrice generale dell’Agenzia per la Cybersicurezza Nazionale -. Per affrontarla, è necessaria una resilienza condivisa da parte di tutti i Paesi avanzati, poiché si tratta di una minaccia pervasiva che coinvolge tutti i servizi essenziali, dalla sanità ai trasporti. Come Agenzia per la Cybersicurezza Nazionale – aggiunge Ciardi -, interveniamo su più fronti, ad esempio, per ripristinare le funzionalità dei servizi pubblici colpiti, come il sistema sanitario”.

“Il nostro impegno include anche la promozione della formazione di professionisti specializzati in cybersecurity, in un contesto in cui spesso manca la piena consapevolezza dei rischi e delle dinamiche del mondo digitale”.

In Europa mancano 880mila professionisti

“Oggi, un Paese che è al tempo stesso digitalizzato e sicuro acquisisce un vantaggio competitivo e una maggiore stabilità – continua Ciardi -. Per questo ogni percorso formativo, indipendentemente dalla disciplina dovrebbe integrare un’adeguata preparazione nell’ambito della cybersicurezza”.

La cybersecurity è diventata un pilastro della regolamentazione europea. Si pone quindi l’esigenza di formare professionisti in grado di gestire gli aspetti regolamentari e di fare da trait d’union tra le professionalità più tecniche e quelle manageriali.
Per questo, tra gli obiettivi del progetto, c’è anche quello di affrontare la mancanza in Europa di 880mila professionisti in cybersecurity.

Credito alle imprese italiane nel 2024: importi stabili, ma si alza il rischio

Non ci sono grosse differenze rispetto all’analisi precedente. Per quanto riguarda il numero e gli importi dei finanziamenti erogati, il panorama del credito alle imprese italiane si è mantenuto sostanzialmente stabile anche nel 2024.

Quello che cambia, invece, è l’ incremento del rischio di insolvenza. È questo il quadro che emerge dall’ultima analisi di CRIF, basata su dati di oltre 2,5 milioni di aziende italiane.

L’andamento dei finanziamenti riflette la riduzione dei tassi di interesse

Secondo l’Osservatorio sulle Imprese di CRIF, nel 2024 il numero dei finanziamenti alle imprese è diminuito leggermente dello 0,6%, mentre gli importi erogati sono aumentati dello 0,9% rispetto all’anno precedente.

Questo andamento riflette un contesto di progressiva riduzione dei tassi di interesse da parte della Banca Centrale Europea, che ha reso più accessibili alcune forme di credito, come i mutui chirografari, cresciuti del 4,9%.

Rischio insolvenza: un trend da monitorare con attenzione 

Anche se il credito erogato resta stabile,  il tasso medio di default delle imprese italiane mostra invece una certa crescita. Ha infatti raggiunto il 2,53% a fine 2024, con un aumento di 0,22 punti percentuali rispetto a giugno dello stesso anno. La situazione è più delicata per le società di capitali, per le quali si prevede un ulteriore incremento del rischio di insolvenza: dal 2,74% attuale si stima una crescita fino al 3,4% nel 2025 e al 3,9% nel 2026.

L’andamento è influenzato dalle tensioni geopolitiche e commerciali internazionali, oltre che dalle incertezze legate alle politiche economiche europee. Luca D’Amico, CEO di CRIF Ratings, sottolinea come questo scenario possa ulteriormente complicare il quadro del credito per le imprese italiane nei prossimi anni.

Costruzioni e tessile i settori in difficoltà  

L’analisi rivela andamenti diversi a seconda dei comparti. Le costruzioni sono un settore particolarmente colpito, con un calo del 7,8% degli importi erogati nel 2024 e un aumento del tasso di default dal 3,11% al 3,55% nell’ultimo semestre. La fine degli incentivi come gli ecobonus ha pesato sull’attività del comparto, aggravando la fragilità del mercato domestico. Anche il tessile e l’abbigliamento appare in sofferenza, con un aumento del tasso di default al 3,93% (+0,67 punti percentuali) e una riduzione del credito erogato del 5,4%.

Le difficoltà sono dovute al calo del potere d’acquisto, cambiamenti nelle abitudini di consumo e problemi sul mercato asiatico. Invece la meccanica strutturale risulta il settore più resistente, con un tasso di default contenuto all’1,85% e importi di credito praticamente stabili (+0,5%). Nonostante le sfide del mercato globale, le imprese di questo comparto hanno mantenuto un buon posizionamento competitivo.

Marginalità e liquidità, cosa succede

Nel biennio 2024-2025 la marginalità operativa delle imprese italiane dovrebbe mantenersi stabile intorno al 9%, leggermente inferiore rispetto al picco del 9,5% del 2023. Tuttavia, per i settori più in difficoltà sono attese riduzioni fino a un punto percentuale.

Sul fronte della liquidità, le aziende manterranno cuscinetti adeguati, anche se in lieve contrazione rispetto all’anno precedente, a causa del maggior peso degli obblighi di rimborso del debito e di una selettività più marcata da parte delle banche.

Gli scenari possibili 

Le tensioni geopolitiche e la conseguente instabilità rappresentano i maggiori fattori di rischio per il credito alle imprese italiane nei prossimi anni. Se le tensioni dovessero intensificarsi, il tasso di default potrebbe avvicinarsi al 4,6% entro il 2026, superando i livelli pre-pandemici.

Turismo matrimoniale: aumentano le coppie straniere che si sposano nel Bel Paese

Nel 2024 sono state oltre 15.000 le coppie straniere che hanno scelto il Bel Paese per coronare il proprio sogno d’amore, l’11,4% in più rispetto al 2023.
Le mete più amate per dire ‘sì’? L’intramontabile Toscana, la Costiera Amalfitana, il Lago di Como, la Puglia, la Sicilia e la città eterna, Roma.

Ma cresce la tendenza a esplorare nuovi scenari, come borghi, campagne e destinazioni emergenti, soprattutto nel Sud del Paese e nelle aree rurali.
L’Italia si conferma la regina del destination wedding, un fenomeno in espansione che in Italia genera occupazione e valore. Tanto che il giro d’affari stimato supera 930 milioni di euro, con circa 2,6 milioni di presenze turistiche collegate agli eventi nuziali.

È il Centro Italia la macro-area più richiesta

Il turismo matrimoniale si rivela strategico per il sistema Paese, coinvolgendo strutture ricettive, ristorazione, ville storiche, atelier, fotografi, wedding planner e artigiani.

La spesa media per evento supera 61.000 euro, di cui la fetta crescente, circa il 46%, viene affidata a professionisti del settore.
Le regioni italiane più gettonate sono la Toscana, scelta per celebrare il 21% delle nozze, la Lombardia, in particolare, il Lago di Como, e poi Campania (Costiera Amalfitana, Capri, Sorrento), Puglia (masserie e borghi), Sicilia (nuova protagonista), e Lazio (Roma). Il Centro Italia rappresenta la macro-area più richiesta nel 2024 (31,3%), seguita da Sud e Isole (29,3%), Nord-Ovest (22,9%) e Nord-Est (16,5%).

Il 30% dei wedding tourist sono Americani

Secondo le rilevazioni dell’Osservatorio ‘Destination Weddings in Italy’, gli americani sono in testa agli sposi stranieri in Italia, che rappresentano il 30% del totale, seguiti dagli inglesi (21%), dai tedeschi (9%) e dalle coppie provenienti da Canada, Australia, India, Emirati Arabi e Cina.

In aumento anche le cerimonie simboliche, scelte da chi desidera vivere l’esperienza italiana senza formalità burocratiche.

Nel 2025 l’indotto toccherà il miliardo

Secondo le stime raccolte dalla wedding planner internazionale Kathrine Brenne, fondatrice di Amore Wedding Italy, nel 2025 si potrebbero superare i 16.000 matrimoni con sposi stranieri, per un indotto complessivo destinato a sfiorare il miliardo di euro.
Insomma, le prospettive per il destination wedding restano positive. Il 43% degli operatori prevede un’ulteriore miglioramento degli affari, seppur con percentuali più contenute.

Quanto alle tendenze per il prossimo anno, si prospettano eventi fuori stagione, matrimoni ecosostenibili, esperienze autentiche e sempre più personalizzate, e nuove destinazioni emergenti. Soprattutto nel Sud Italia.
È una trasformazione che parla di amore, ma anche di un’Italia capace di accogliere e rinnovarsi.

GenZ e slow living: i giovani rallentano e scelgono il digital detox

I giovani vogliono rallentare, vivere con più consapevolezza e riscoprire il valore del tempo, della natura e della convivialità.
In un’epoca dominata dalla velocità e dalla connessione costante, sono proprio i giovani a riscoprire il valore del tempo, della lentezza, e dei momenti autentici vissuti insieme lontano dalla tecnologia.

Lo hanno scoperto ScuolaZoo e TheFork, la piattaforma per la prenotazione online di ristoranti, Che in occasione della Giornata Mondiale della Lentezza hanno realizzato un Osservatorio sullo slow living, con l’obiettivo di monitorare e raccontare come i ragazzi e le ragazze under 30 stanno cambiando il proprio stile di vita. A partire dal tempo trascorso a tavola.
Il sondaggio, condotto su un campione di oltre 500 ragazzi e ragazze tra 14 e 26 anni, fa emergere un quadro chiaro: oltre l’82% ha fatto o vorrebbe fare un digital detox.

Quando si stacca davvero si ricomincia a uscire con gli amici

Secondo la ricerca di ScuolaZoo e TheFork, il dato più sorprendente arriva dal rapporto con la tecnologia. L’82% dei giovani ha già fatto o vorrebbe fare un un periodo senza social o notifiche,,ovvero, un digital detox.

Che sia o meno un segnale di stanchezza verso l’iperconnessione e il multitasking costante, tra chi ha già provato a disconnettersi c’è una minoranza attiva (16%) che lo fa regolarmente, e un’ampia fascia (40%) che ci sta pensando.
Quando si tratta di staccare davvero, le scelte sono eloquenti: attività fisica e uscite con gli amici per il 35%, musica soft o una serie tv rilassante per il 34%, natura e silenzio per un altro 26%.
Solo il 5% sceglie contenuti social.

Mangiare con calma, una pratica da rispettare

Il modo in cui si mangia, si sa, racconta molto di noi. E dai dati raccolti da ScuolaZoo e TheFork emerge che oggi è il pasto un momento da vivere con lentezza e presenza.
Secondo il 54% dei giovani mangiare con calma è una pratica che si cerca di rispettare il più possibile, mentre il 29% considera il pasto una parte essenziale del proprio benessere.

Solo una piccola minoranza continua a mangiare ‘per dovere’, ovvero, in fretta.
Le abitudini a tavola confermano questo trend. Il 34% guarda la TV, mengtre mangia, ma un 46% preferisce conversare con familiari e amici.

Il pasto come esperienza solitaria è un’abitudine di pochi

C’è poi ancora chi non riesce a staccarsi dallo smartphone (13%), ma il dato è in calo. E il pasto come esperienza solitaria e mindful resta un’abitudine di pochi (7%).
Anche la scelta dei ristoranti riflette questo cambio di paradigma. Il 41% preferisce scoprire ristoranti e cucine diverse, mentre il 37% preferisce cene a casa, con calma e convivialità.

L’11% invece opta per locali immersi nella natura, e un altro 11% ama organizzare picnic all’aperto.
Il 57% degli intervistati privilegia atmosfere rilassate a prezzi accessibili, ma cresce anche l’interesse per esperienze originali, come cene a tema o degustazioni (10%).

Fonti rinnovabili: il 58% degli italiani vuole autoprodurre energia

Tra gli italiani è molto diffuso il desiderio di produrre energia pulita in autonomia (58%), così come cresce il consenso verso le comunità energetiche (87%).
L’accesso a tecnologie come il fotovoltaico e alle comunità energetiche (iniziative di condivisione dell’energia pulita tra cittadini) è però ostacolato da barriere percepite come ancora troppo alte. Prima fra tutte, il costo iniziale e la complessità burocratica. Sono dati emersi dallo studio condotto da Imc Holding.

Nonostante l’Italia sia al centro di importanti iniziative per la transizione verde, emerge anche un senso di insoddisfazione diffusa. Due italiani su 3 ritengono che si stia facendo troppo poco per agevolare la diffusione delle energie rinnovabili.
Una distanza che, se colmata, potrebbe liberare un enorme potenziale di innovazione sociale, economica e ambientale.

La consapevolezza non è ancora diffusa

Solo il 18% degli intervistati si definisce ‘molto informato’ (il 42% ‘abbastanza’), e il restante 40% ammette di avere poche (30%) o nessuna (10%) informazioni in materia.
Analogamente, le comunità energetiche rinnovabili sono note solo al 25% del campione. Il 50% ne ha sentito parlare e il 25% non le conosce affatto.

Eppure, la voglia di attivarsi in prima persona rimane alta. Il 58% degli italiani dichiara di voler autoprodurre energia rinnovabile (ad esempio, installando pannelli solari in casa), mentre un ulteriore 30% è interessato ma desidera più informazioni.
Solo il 12% non è attratto dall’autoproduzione.
In sostanza, la maggioranza vorrebbe diventare prosumer, consumatori-produttori di energia, sia per ridurre la bolletta sia per contribuire alla tutela ambientale.

I benefici delle rinnovabili

Risparmio economico (72%), sostenibilità ambientale (61%), maggiore indipendenza energetica (35%) sono considerati i principali benefici delle rinnovabili. Tali aspettative positive alimentano l’entusiasmo verso soluzioni come il fotovoltaico domestico e le comunità energetiche.

Di contro, emergono fattori che ne frenano l’adozione su larga scala. Gli ostacoli principali percepiti sono i costi iniziali elevati (64%), la burocrazia delle procedure (46%) e la carenza di informazioni (32%).
Molti cittadini menzionano proprio ‘costi’, ‘burocrazia’, ‘poca chiarezza’, ‘incentivi poco chiari’ e ‘tempi lunghi’ tra i timori concreti.
In altre parole, anche se esistono incentivi pubblici, vengono spesso percepiti come poco accessibili o comprensibili a causa di iter complessi.

Attenzione verso alternative verdi incentivata dal caro-bolletta

L’83% degli italiani ritiene che la spesa energetica incida molto (39%) o abbastanza (44%) sul bilancio familiare. Solo il 15% la giudica poco gravosa e appena il 2% per niente. Questo onere rafforza l’urgenza di soluzioni come l’autoproduzione e la condivisione dell’energia.
Il 41% aderirebbe senza esitazione a una comunità energetica nella propria zona, e un altro 46% lo farebbe se avesse più informazioni.
Solo il 13% rimane scettico o non interessato.

Nonostante l’entusiasmo ‘dal basso’, prevale però la percezione che il Paese sia in ritardo. Il 65% ritiene che l’Italia non stia facendo abbastanza per promuovere le rinnovabili, contro il 23% convinto del contrario.
Molti cittadini giudicano quindi l’impegno nazionale ancora insufficiente rispetto alle aspettative.