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Costo della vita: Milano è la città più cara per prezzi di beni e servizi

Dai prodotti ortofrutticoli agli alimentari, dal dentista alla messa in piega, passando per tintorie e toilettatura cani, Milano si conferma anche nel 2025 la città italiana col più alto costo della vita.
Per l’acquisto delle varie voci, a Milano si spendono quasi 600 euro (598,95 euro), il 62,3% in più rispetto a Napoli per lo stesso paniere.

Al secondo posto tra le città più care d’Italia si posiziona Aosta, con uno scontrino complessivo da 586 euro, e al terzo Bolzano, con 574 euro.
Sono i dati divulgati dal Codacons, che ha realizzato un’indagine sui listini di beni e servizi praticati al pubblico nelle principali città della Penisola.

Spesa alimentare: Catanzaro è la più economica

Tra le 18 grandi città monitorate è Napoli, con una spesa totale da circa 369 euro a risultare la città italiana più economica, seguita da Palermo, con 408 euro, e Catanzaro, con 424 euro.

Sul fronte della sola spesa alimentare, per l’acquisto di 28 prodotti è Catanzaro, con una spesa da circa 165 euro, la città più conveniente, seguita da Napoli (168 euro) e Bari (172 euro).
Per rifornire dispense e frigoriferi la più cara invoca è Bolzano, con una spesa da circa 220 euro, il 33,3% in più rispetto alla città più economica.

Il cappuccino a Bolzano è “salato”

Non mancano le curiosità: per un panino al bar il prezzo più basso è ad Ancona, 2,67 euro contro una media nazionale di 3,80 euro, mentre a Milano ne servono 5,64.

E se a Bologna la carne bovina costa di più (in media 26,7 euro/kg), le zucchine più care sono quelle di Genova (4,60 euro/kg), mentre per un’otturazione dal dentista la spesa va dal record di Aosta (176 euro) ai 70 euro di Napoli.
E per lavare l’auto? Ad Ancona bastano 8,5 euro, ma ne servono oltre 21 a Bolzano, città che vanta anche il prezzo più alto per il cappuccino al bar, ben 2,29 euro in media.

Per una messa in piega conviene andare a Napoli

Per una serata di svago al cinema, poi, meglio scegliere Bari, dove un biglietto costa in media 7,3 euro. A Genova ne servono addirittura 11,2.
Per acconciare i capelli conviene trasferirsi a Napoli, dove una messa in piega costa in media meno di 13 euro, contro i 23,5 euro di Bologna, mentre un taglio capelli per donna costa meno di 15 euro contro i 30 euro di Trieste.

A sorpresa Milano è la città col più basso costo del servizio ‘lavatura e stiratura camicia’, in media 2,89 euro contro i 5,3 euro di Catanzaro e Ancona. E per gli amici a quattro zampe il servizio di toilettatura cani più costoso è ad Aosta (49,6 euro, vs 34,6 euro media italiana).

Cucina italiana: per l’UNESCO è patrimonio culturale dell’umanità

Il calo dei consumi alimentari sul mercato nazionale italiano è compensato dalla costante crescita delle esportazioni, che hanno fatto segnare un aumento a valore del +5% nel primo semestre del 2025, e che secondo le previsioni di Nomisma, alla fine dell’anno in corso per la prima volta supereranno 70 miliardi di euro.

L’industria agroalimentare italiana oggi si trova a operare in un contesto dominato da una grande incertezza, in cui i fattori di instabilità e complessità si sommano e si rafforzano tra loro.
Una spinta per il nostro export agrifood arriva è data dal riconoscimento dell’UNESCO.

Il commercio globale sta diventando meno fluido

Durante la ventesima sessione del Comitato Intergovernativo della Convenzione del 2003 in corso di svolgimento a Nuova Delhi., “La cucina italiana, tra sostenibilità e diversità bioculturale” è stata iscritta alla Lista Rappresentativa del Patrimonio Culturale Immateriale dell’UNESCO.

In ogni caso, se la diversificazione dei mercati di destinazione rappresenta la principale strategia per creare nuove opportunità di sviluppo per l’intera filiera, va considerato che il commercio globale sta diventando meno fluido, condizionato anche dalle politiche doganali introdotte dall’Amministrazione degli Stati Uniti.

Un sistema culinario che trova il suo fondamento nella diversità

“Le nostre esportazioni agroalimentari beneficiano sia della presenza in molti Paesi di ampie comunità di cittadini di origine italiana – ha commentato il presidente di Nomisma, Paolo De Castro -, che difficilmente rinunceranno a utilizzare prodotti e materie prime della nostra tradizione culinaria, sia di una diffusa rete di ristoranti italiani, che sono i primi ambasciatori del nostro food & beverage nel mondo.

Alla luce di questo, risulta particolarmente importante il riconoscimento dell’Unesco alla cucina italiana patrimonio immateriale dell’umanità”.

Proteggere le nostre eccellenze dal fenomeno dell’italian sounding

Il riconoscimento riguarda l’intero sistema culinario italiano, che si fonda non solo su una straordinaria varietà di prodotti apprezzati su scala globale, ma anche su un modello culturale che trova il suo fondamento nella diversità che caratterizza la nostra cucina, nel forte legame con i territori, nell’elevata sostenibilità delle nostre produzioni agricole, nella convivialità e socializzazione, nella trasmissione orale e pratica dei saperi e delle tecniche culinarie alle nuove generazioni. Oltre a rafforzare l’identità culturale dei nostri prodotti, l’iniziativa avviata presso l’UNESCO dal Ministro dell’Agricoltura Lollobrigida insieme al Ministero della Cultura potrà giocare un ruolo fondamentale anche per promuovere le nostre eccellenze, e per proteggere il cibo italiano ‘dall’italian sounding’ – ha sottolineato  Paolo De Castro -. che sfruttando la straordinaria reputazione del ‘Made in Italy’, oggi ci sottrae significative quote di mercato”.

Startup italiane: un sistema resiliente, ma fermo: investimenti stabili a 1,46 miliardi

Emerge dall’Osservatorio Startup & Scaleup Hi-Tech del Politecnico di Milano, svolto in collaborazione con InnovUp – Italian Innovation & Startup Ecosystem: nel 2025 gli investimenti italiani in ambito startup e scaleup hi-tech risultano stabili a 1,46 miliardi di euro, ma sono ancora lontani dai picchi pre-crisi.

L’assenza di exit strutturali, calo dell’equity crowdfunding (–9,2%) e una crescita solo timida del capitale internazionale (+8%) dipingono il quadro di un sistema resiliente, ma fermo
Il 2025 si conferma quindi un anno di stallo per l’ecosistema italiano delle startup. Il volume complessivo degli investimenti in equity resta sostanzialmente stabile, ma sempre più polarizzato attorno a pochi casi di successo. L’area centrale dell’ecosistema, composta da startup ad alto potenziale, risulta ancora limitata per dotazione di capitale. E continua a faticare a scalare.

Nessun crollo, ma neanche il cambio di passo tanto atteso

Gli investimenti in equity nelle startup e scaleup hi-tech si attestano precisamente a 1.456 milioni di euro, in lieve crescita (+2,8%) rispetto al 2024 (1.416 milioni), ma ancora nettamente inferiori al record del 2022 (2.160 milioni). Nessun crollo, ma nemmeno quel ‘cambio di passo’ che molti auspicavano.

“Dopo due anni di resilienza, il 2025 è l’anno della consapevolezza – dichiara Antonio Ghezzi, Direttore dell’Osservatorio -, il sistema italiano regge, ma è fermo. La carenza di grandi round, l’assenza di exit e la frammentazione normativa sono solo alcuni degli ostacoli. Il rischio? un ecosistema che fatica a valorizzare pienamente i suoi talenti e ad attrarre investitori, dove le startup incontrano difficoltà nel percorso di trasformazione in scaleup”.

Tre direttrici per sbloccare il potenziale

“Il 2025 ci restituisce un quadro già visto – continua Andrea Rangone Responsabile Scientifico dell’Osservatorio -. Il Venture Capital italiano resiste, ma non accelera. Il nodo non è la quantità di innovazione, ma la qualità delle condizioni che la circondano. Senza un’evoluzione strutturale del sistema del valore, che includa anche exit concrete, capitali internazionali e una visione di lungo periodo, continueremo a osservare un ecosistema incompleto”.

Per sbloccare il potenziale italiano, è necessario un cambio di passo lungo tre direttrici: più integrazione tra impresa e ricerca, più investimenti istituzionali, più strategia condivisa a livello europeo.

Puntare sul Deep Tech, frontiera di competitività

La proposta europea di un ‘28th Regime’ rappresenta quindi un’opportunità per ridurre la frammentazione e costruire un ambiente normativo a favore dell’innovazione e della competitività.

“Quella che serve – aggiunge Rangone -, è un’azione mirata per attrarre nuovi capitali, favorire le operazioni di M&A e semplificare le regole per le IPO. E servono strumenti dedicati al Deep Tech, dove oggi si gioca la vera frontiera della competitività”.
Tra i settori in maggiore fermento emerge infatti il Deep Tech, grazie ad alcuni round significativi. Ma il trend è ancora troppo isolato per trainare l’intero sistema.

Educare con le parole: da “condivisione” a “pazienza” i 10 vocaboli per crescere

Condivisione, consapevolezza, coraggio, curiosità, empatia, gentilezza, identità, immaginazione, intelligenza, pazienza: sono i dieci termini selezionati da Scarabeo, il gioco di parole per antonomasia, in collaborazione con Edulia, Treccani e l’Istituto della Enciclopedia Italiana per il progetto “10 parole per crescere”,

Si tratta di dieci tasselli di un vocabolario educativo ed evolutivo, ma che nel tempo hanno modificato il loro senso per adattarsi ai mutati contesti sociali e culturali. Spesso perdendo il loro valore originario.
In un’epoca segnata da una comunicazione sempre più caotica e semplificata, sono le dieci parole che aiutano i più piccoli a conoscere sé stessi, esprimersi e costruire un pensiero critico.

Curiosità, l’antidoto più efficace contro l’indifferenza

Ad esempio, se il termine condivisione indica partecipazione reale, scambio autentico di esperienze, emozioni, sapere, oggi spesso rimanda alla dimensione ‘social’, quindi, a un gesto più orientato a mostrare anziché condividere e interagire con l’altro.
Consapevolezza, invece, unisce conoscenza e coscienza trasformando l’apprendimento in crescita interiore e senso critico. E coraggio, dal latino ‘avere cuore’, significa esporsi, cambiare direzione.

Non si tratta di non provare paura, ma di convivere con queste sensazioni. È forza interiore, una spinta ad agire.
La curiosità, poi, è il ‘desiderio di sapere’, la molla che spinge a esplorare e superare i propri limiti. L’antidoto più potente contro la noia e l’indifferenza.

Avere immaginazione significa avere speranza

Empatia, dal greco ‘sentire dentro’, è la base del dialogo e della cura. Significa ascoltare prima di giudicare e, in un mondo connesso ma distante, resta un’abilità radicalmente umana.
E ancora, gentilezza, dal latino ‘appartenere a un gruppo’, è riconoscere l’altro come parte della stessa ‘gente’. Non è debolezza, ma forza relazionale, considerazione e apprezzamento della dignità altrui.

Quanto a identità, oggi è parola mobile, frammentata. Le identità sono plurali, in divenire, e capirlo è esercizio di rispetto e apertura, mentre insegnare la parola immaginazione non è educare a fuggire dalla realtà, ma crearne una possibile. È trasmettere speranza.

Le abbreviazioni impoveriscono la lingua italiana

E se la parola intelligenza oggi richiama anche quella artificiale, quando si unisce alla dimensione emotiva non è più solo conoscenza, ma uno strumento per agire con responsabilità.
Ma nel tempo del ‘tutto e subito’, è la pazienza ad assumere un valore pedagogico fondamentale: è capacità di attesa e perseveranza.

Oggi web e smartphone hanno radicalmente trasformato il modo di informarsi e comunicare, con ricadute importanti sulla capacità dei bambini di padroneggiare la complessità.
Per non parlare dell’uso di abbreviazioni, emoji, hashtag ecc., che rischiano di allontanare le persone dalla ricchezza espressiva della lingua italiana, facendo perdere di vista il significato e il valore che ogni parola porta con sé.

Consumi: nel 2025 il protagonista è il Loner Consumer

Emerge dai dati di YouGov Shopper relativi al nuovo Trend Reality Report 2025 – “From Signals to Strategy”: il consumatore single, il Loner Consumer, sta cambiando le regole del consumo. I consumatori single generano infatti il 27,6% del valore complessivo del mercato dei prodotti di largo consumo, il che se confrontato con le famiglie composte da 2, 3 o più persone, indica una spesa pro capite considerevolmente più elevata.

Oggi in Italia le famiglie ‘monocomponenti’ costituiscono il 35,4% del totale, con una crescita che risulta del +20% rispetto al 2015.
Tra queste famiglie il 40,9% è composto da persone over 65, un target che si conferma il più alto spendente, e che da solo sviluppa il 42,2% del valore del largo consumo.

Il crescente desiderio di indipendenza, anche negli acquisti

Coniato dall’Economist, il termine Loner Consumer descrive una tendenza diffusa durante la pandemia, ed esprime il crescente desiderio di indipendenza, ricerca di spazio personale e tempo di qualità con e per sé stessi.
Una scelta che sempre più spesso influenza il modo in cui le persone comprano, viaggiano e vivono la quotidianità.

Stando ai dati di YouGov tra le principali motivazioni che spingono gli italiani a ritagliarsi un momento di solitudine emergono la volontà di riposarsi mentalmente (49%), godersi un momento di introspezione (45%) e connettersi con sé stessi (41%).

La doppia faccia della solitudine

Il Trend Reality Report evidenzia la doppia faccia del fenomeno. Da un lato emerge la cosiddetta Loneliness epidemic, la crisi di solitudine che colpisce molte società occidentali. Un recente sondaggio YouGov mostra, infatti, che circa un quarto degli italiani (23%) si sente solo, e per quasi due terzi (62%) questa sensazione è aumentata rispetto al 2024. La solitudine, inoltre, è un fattore che influisce fortemente sul 21% degli italiani.

Dall’altro lato, però, la solitudine è anche una scelta. Molti consumatori vivono l’isolamento e il distacco dall’iper-connettività come un modo per compiere scelte più autonome e consapevoli.
Solo un consumatore su 7 dichiara di non apprezzare le attività svolte in solitudine.

Un “carrello” singolare: più cibo per gatti e integratori

Sul mercato italiano il trend del Loner Cosumer è amplificato dal fatto che aumenta il numero dei nuclei familiari e diminuisce la popolazione complessiva. Questo significa che le famiglie diventano sempre più piccole mentre crescono numero e peso dei consumatori single.
Di fatto, nel settore dei beni di largo consumo i cambiamenti sono significativi: dal 2022 la frequenza di acquisto è aumentata di quasi il 19%, mentre il numero di unità per carrello è diminuito del 13%.

I consumatori single poi ricorrono alla spesa online il 10% in più, rappresentando il 3,4% del valore totale del mercato.
Anche il contenuto del carrello del Loner Consumer si caratterizza per una maggiore incidenza di alimenti per gatti (139%), primi piatti pronti (133%) e integratori (123%).

Divario di genere ed educazione negoziale: le ragazze si sottovalutano

Per i ragazzi è più facile farsi ascoltare e le ragazze pensano di non essere brave a negoziare perché troppo emotive per portare avanti le discussioni. Questa è l’opinione delle giovani riguardo la propria capacità di negoziare e condurre trattative. 

Emerge dalla ricerca “Donne: negoziate meglio” (condotta da Emanuela Rinaldi, professoressa di Sociologia dei processi culturali, Veronica Cucchiarini, professoressa di Psicologia generale dell’Università di Milano-Bicocca e Federica Fortunato, membro del Comitato organizzativo di Obiettivo EFFE) su un composto da 120 studentesse delle scuole superiori (15–18 anni) e 210 studenti e studentesse universitarie (19–30 anni).

Convinte che per i maschi sia più facile farsi ascoltare

Insomma, l’educazione negoziale è proprio una delle chiavi del cambiamento nelle differenze di genere. La ricerca di Milano-Bicocca fornisce un quadro della situazione attuale e traccia la direzione verso una maggior uguaglianza tra generi.
Il team di ricercatrici ha infatti preso in esame sia gli atteggiamenti verso la negoziazione, e le competenze percepite dai partecipanti, sia gli stereotipi di genere e i modelli imprenditoriali più diffusi tra i giovani.

Tra le risposte date dalle adolescenti spicca la percentuale delle partecipanti che ritiene “più facile” per i ragazzi farsi ascoltare durante una trattativa. È la netta maggioranza (73,3%) a essere convinta di questa affermazione.

Troppo emotive per osare chiedere un aumento

Non sorprende, quindi, che quasi la metà del campione femminile (46,7%) pensa di “non essere brava a negoziare”, fino a ritenere (40%) che la negoziazione sia un talento innato.
Un altro dato significativo riguarda la percezione che le ragazze hanno di sé sul tema. Oltre la metà (51,7%) concorda sul fatto che le ragazze siano percepite come troppo emotive nelle discussioni difficili. E anche secondo le risposte dei giovani ragazzi da 19 a 30 anni la situazione non cambia. Anzi, si conferma.

Ad esempio, di fronte a una disparità salariale, ben il 70% delle donne preferisce capire i criteri prima di chiedere un aumento, mentre il 6,3% degli uomini lo chiederebbe subito. Una possibilità che nessuna donna prende neanche in considerazione.

Un campus per far crescere la fiducia

Le ricercatrici hanno poi proposto ai partecipanti una simulazione di acquisto che ha confermato come i maschi si siano rivelati più competitivi e proattivi.
I risultati della ricerca dimostrano quindi l’importanza di rafforzare l’educazione negoziale delle giovani donne, promuovendo iniziative per aumentare le competenze e la fiducia.

“In particolare ci rivolgiamo alle giovani donne attraverso iniziative come ‘EFFE Summer Camp’- spiega Rinaldi -, un campo estivo gratuito rivolto alle adolescenti che tornerà nel 2026 con la sua terza edizione. Abbiamo potuto constatare come le partecipanti, al termine delle 40 ore di formazione, abbiano effettivamente mostrato un aumento significativo sia nella fiducia nelle proprie capacità negoziali sia nelle conoscenze”.

Neopatentati: 1 milione di genitori cambierà l’auto

Lo rivela l’indagine commissionata da Facile.it all’istituto di ricerca mUp Research, condotta su un campione rappresentativo della popolazione italiana adulta: sono quasi 1,1 milioni i genitori italiani che dovranno cambiare automobile perché la loro figlia o il loro figlio ha preso o sta per prendere la patente. 

Secondo il Nuovo Codice della Strada, entrato in vigore circa un anno fa, molte automobili usate attualmente dalle famiglie italiane hanno una potenza troppo elevata perché possano essere guidate da un neopatentato. Il Nuovo Codice prevede infatti che per i primi tre anni i neopatentati possano guidare solo auto con potenza massima di 105 kW e un rapporto potenza/peso non superiore a 75 kW per tonnellata, calcolato sulla massa a vuoto.

La percentuale sale tra chi risiede nei grandi centri

Se il dato nazionale delle famiglie che dovranno cambiare l’auto è pari al 18,6% del campione intervistato, dividendolo in base all’area di residenza il dato è tutt’altro che omogeneo.
Tra i residenti nel Nord Est la quota scende al 10,3%, mentre arriva a sfiorare il 24% (23,7%) nel Meridione.

Percentuali molto alte (27,9%) anche fra i residenti in centri urbani di grandi dimensioni, superiori ai 250.000 abitanti.
Sebbene la nuova patente che ‘entrerà in casa’ costringerà i genitori a condividere il volante con il proprio figlio o la propria figlia, il 32,6% degli intervistati non cambierà auto. Questo perché ne possiedono una di potenza tale da poter essere guidata anche dai neopatentati.

Ma c’è chi potrà non cambiarla…

Curioso notare come fra il solo campione delle madri questa percentuale salga addirittura al 38,8%.
Dati incredibilmente alti anche fra chi risiede in Centro Italia (37,7%), e soprattutto, nei comuni con meno di 10.000 abitanti (40,5%). Numeri che testimoniano come all’interno di questi sotto campioni siano molto diffuse macchine di piccola cilindrata.

Il 27,1% dei genitori di neopatentati, invece, non comprerà un’altra automobile semplicemente perché ne esiste già una adatta nel parco auto della famiglia. La percentuale arriva al 33% fra gli abitanti del Nord Est.

…e chi ne comprerà una nuova

Inoltre, è pari a circa un milione il numero di genitori che non dovrà rinunciare alla propria auto, semplicemente perché ne comprerà una nuova per il figlio o figlia tenendo la propria.

L’indagine demoscopica di Facile-it è stata realizzata da mUp Research fra il 25 e il 28 giugno 2025, attraverso la somministrazione di 1.385 interviste CAWI a un campione di possessori di automobili in età compresa fra 18 e 74 anni, rappresentativo della popolazione ‘automobilistica’ italiana e residente sull’intero territorio nazionale.

Bio: in Italia il mercato in 10 anni è cresciuto del +194%

Secondo uno studio di Nomisma, a livello globale il valore complessivo del mercato bio è pari a 136 miliardi di euro (3% in Italia), con i consumi di prodotti biologici concentrati principalmente in Nord America (47% del mercato), seguito dall’Europa (40%) e dall’Asia (11%). 

Malgrado nel nostro Paese l’incidenza dei consumi bio sulla spesa alimentare delle famiglie si fermi al 4%, pari a circa 66 euro pro-capite, nel corso degli anni il mercato è costantemente cresciuto, con un incremento del +194% tra il 2014 e il 2024.
In Italia sono 97.160 gli operatori attivi nel settore bio (+2,9% nel 2024 rispetto al 2023) mentre la superficie agricola biologica è pari a 2,5 milioni di ettari, il 20,2% del totale coltivato.

I consumi domestici valgono 5,2 miliardi di euro

La quota maggioritaria delle vendite in Italia viene effettuata in ambito domestico, pari a circa 5,2 miliardi di euro, contro 1,2 miliardi derivati da consumi “away from home” (ristorazione collettiva/commerciale, ristoranti specializzati bio/generalisti, agriturismi..).

Nei consumi “at home,” il principale canale di vendita è rappresentato dalla Distribuzione Moderna, la cui incidenza è cresciuta del +5,3% nell’ultimo anno, seguita a distanza dai negozi specializzati nel biologico.
I prodotti per i quali il bio rappresenta la prima scelta sono frutta e verdura fresca, carne e uova, latte e derivati, alimenti per bambini, olio EVO, pasta, riso e prodotti da forno.

Export Made in Italy Food & Wine bio: +174%

Al contempo, risulta in costante crescita anche il trend delle esportazioni nazionali, che hanno visto un incremento del +174% negli ultimi 10 anni, con un peso del bio sul totale dell’export in ambito food pari al 5,5% e all’8,5% nel comparto wine nel 2024.

Secondo gli ultimi dati disponibili, per il food le destinazioni principali a livello continentale sono state Germania, Francia, Benelux e Nordics. Relativamente al vino bio, invece, i mercati principali sono stati Germania, Benelux, Nordics e Regno Unito.
Per quanto riguarda i mercati europei potenzialmente più interessanti in prospettiva, al primo posto si colloca ancora la Germania, seguita da Nordics e Francia. Per il vino bio, invece, guidano i Nordics, che precedono Germania e Benelux.

“Una garanzia superiore rispetto alle altre categorie di prodotti healthy”

“Nel complesso, il consumatore italiano pone grande attenzione nei confronti della sostenibilità, di cui il bio è fondamentale espressione, e riconosce le garanzie superiori del bio rispetto alle altre categorie di prodotti healthy – commenta Silvia Zucconi, coo Nomisma -. Al contempo, ha però bisogno di maggiori informazioni per conoscere valori e caratteristiche del bio e si dimostra sempre più esigente, richiedendo altre garanzie oltre al biologico, come origine italiana, pochi ingredienti non processati, con packaging sostenibile. Relativamente alle prospettive per il settore, è ottima la percezione per il Bio Made in Italy da parte del consumatore straniero, in grado di sostenere la crescita del nostro export, soprattutto in mercati di maggiore capacità di spesa come Nord America e Nordics”.

Supply chain: le imprese italiane sottovalutano la gestione del rischio

Negli ultimi anni le catene di approvvigionamento globali hanno affrontato una serie di shock senza precedenti: la pandemia, con la scarsità di materiali e i ritardi nei trasporti; l’invasione dell’Ucraina, che ha limitato l’accesso a energia e materie prime; le tensioni in Medio Oriente, che hanno reso più insicuro il transito nel canale di Suez. Senza dimenticare i nuovi spauracchi dei dazi commerciali.

Questo scenario instabile obbliga le imprese a rivedere processi e strategie, puntando su pianificazione più sofisticata e capacità di reazione rapida. Tuttavia, secondo la ricerca dell’Osservatorio Supply Chain Planning del Politecnico di Milano, le aziende italiane faticano ancora a sviluppare una gestione preventiva del rischio.

Solo il 26% delle grandi imprese ha rivisto i modelli di rischio

Se da un lato l’82% delle imprese tiene sotto osservazione i principali fattori di rischio, dall’altro solo una minoranza adatta concretamente i propri modelli: appena il 26% delle grandi aziende e il 5% delle PMI.
Soltanto una su dieci elabora piani di emergenza strutturati o scenari alternativi, segnale di una vulnerabilità diffusa.

Restano centrali i rischi finanziari e operativi, ma cresce l’attenzione verso le variabili geopolitiche e di sostenibilità.

Il fattore umano come leva di cambiamento

Il contributo delle persone, ribadisce la ricerca, resta sempre il fattore determinante. Oltre il 60% delle imprese gestisce internamente i progetti di trasformazione delle filiere, ma la formazione è ancora insufficiente: metà delle grandi aziende non investe nello sviluppo dei team di pianificazione.

Dove si sceglie di puntare sulle risorse interne, le iniziative vanno dall’ampliamento degli organici a corsi di specializzazione su data analytics, machine learning e intelligenza artificiale.

Innovazione e digitalizzazione

Il 60% delle aziende ha avviato negli ultimi dodici mesi progetti di trasformazione digitale, in particolare su demand e production planning. L’automazione è un’area d’interesse: le PMI guardano a soluzioni semplici di Robotic Process Automation, mentre le grandi imprese sperimentano strumenti più complessi come l’Intelligent RPA.

Parallelamente cresce l’attenzione verso la formazione tecnica e manageriale, indispensabile per passare da un approccio reattivo a uno proattivo basato su scenari simulati.

Integrazione dei sistemi e ruolo dell’AI

Quali sono i principali ostacoli? Il primo è è rappresentato dalla frammentazione dei sistemi informativi: oltre la metà delle aziende opera ancora con piattaforme solo parzialmente integrate. Questo limita la visibilità lungo tutta la filiera e riduce la capacità di reazione.

Alcune realtà, soprattutto tra le grandi imprese, hanno già introdotto modelli avanzati di governance dei dati e stanno sperimentando applicazioni di intelligenza artificiale per migliorare previsioni, ottimizzare le scorte e pianificare i trasporti. Restano però pochi i casi di adozione matura.

Obiettivo proattività

Come evidenziano i responsabili scientifici dell’Osservatorio, la direzione sembra essere tracciata: la resilienza delle supply chain italiane passerà dall’integrazione tra pianificazione, automazione e formazione, con una gestione del rischio non più reattiva ma proattiva.
Solo così le imprese potranno trasformare le crisi in opportunità.

Cybersecurity, allarme PMI: boom di attacchi mascherati da app

E’ stato un 2025 difficile per le piccole e medie imprese. Quasi 8.500 PMI sono finite nel mirino dei cybercriminali nel corso dell’anno. È quanto emerge da un’analisi di Kaspersky, che segnala come molti attacchi siano stati condotti attraverso software malevoli camuffati da applicazioni di uso comune.

Le più sfruttate sono state Zoom e Microsoft Office, ma con la crescita degli strumenti di intelligenza artificiale i criminali hanno cominciato a puntare anche su ChatGPT e sul più recente DeepSeek.

ChatGPT e DeepSeek tra le esche preferite

Gli esperti hanno rilevato oltre 4.000 file dannosi travestiti da applicazioni. Solo nel caso di ChatGPT, sono stati individuati 177 file pericolosi, con un aumento del 115% rispetto all’anno precedente.

Anche DeepSeek, lanciato da pochi mesi, è già stato “copiato” 83 volte. Secondo Kaspersky, i criminali scelgono le piattaforme più popolari o di cui si parla di più: strumenti come Perplexity, ad esempio, non sono stati finora presi di mira.

Zoom e Office restano i più ‘copiati’

La crescita del lavoro da remoto e dei team dislocati in vari luoghi ha reso le piattaforme di collaborazione un bersaglio perfetto. Nel 2025 i file dannosi mascherati da Zoom sono stati 1.652, in aumento del 13%. Microsoft Teams ha registrato un raddoppio dei casi, mentre Google Drive ha segnato +12%.

In generale, Zoom rappresenta il 41% di tutte le “fake” rilevate, seguito da Outlook e PowerPoint (16% ciascuno), Excel (12%), Word (9%) e Teams (5%).

Trojan, downloader e adware le principali minacce

Le PMI hanno dovuto affrontare soprattutto trojan, downloader e adware. Ma non si tratta solo di malware: sono aumentati anche gli attacchi di phishing, con truffe mirate a rubare credenziali di accesso o a ottenere pagamenti illeciti.

Un esempio riguarda gli account Google, dove le vittime vengono convinte a cedere i propri dati con la promessa di una promozione della loro azienda su X (ex Twitter).

Spam sempre più sofisticato

I criminali sfruttano l’intelligenza artificiale anche per inviare e-mail di spam a tema business. Molte offerte appaiono studiate su misura per le PMI: servizi di email marketing, prestiti, gestione della reputazione, creazione di contenuti o lead generation.
Proposte che sembrano allettanti, ma che in realtà nascondono rischi enormi.

Come difendersi

Kaspersky raccomanda alle imprese di adottare soluzioni di sicurezza avanzate, definire regole di accesso chiare per dati e account, effettuare backup regolari e stabilire procedure precise per l’uso di nuovi software.
L’attenzione, sottolineano gli esperti, resta la prima arma per evitare frodi che possono compromettere attività e reputazione.